Tutto il resto è Vitas

RUBRICA "CAVALLI SELVAGGI"

di Matteo Fontana

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Vitas Gerulaitis era per tutti "The Lithuanian lion" .
Un po' per la capigliatura, un po' per le notti selvagge, molto per il vigore con cui si esprimeva in campo (e anche fuori, ovviamente).

Una Rolls Royce  dai colori improbabili – oro e vaniglia – che parcheggia fuori da un locale alla moda di New York. Una corte tra il punk e la new wave che esce dalla macchina. Il guidatore è il più geniale, strampalato e matto dei tennisti di quegli anni. Non ha la perfezione vincente ed ossessiva di Bjorn Borg, né l’impeto talentuoso di John McEnroe. Neppure la dionisiaca sfrontatezza di Jimmy Connors. Lui, semplicemente, ha un nome insolito che ha fatto incidere sulla targa di quella stessa Rolls: Vitas. Il cognome è Gerulaitis. Capelli biondi, figlio di lituani immigrati a Brooklyn, viene dalla povertà ed è diventato un simbolo dello stile di vita nella Grande Mela dei late Seventies. C’è la disco-music, c’è lo Studio 54, e poi la febbre del sabato sera.

John Travolta è un idolo che balla, creando il mito di Tony Manero, il ragazzo delle periferie che si trasforma in re quando entra in pista. Di piste, ma d’altro genere, ne sa qualcosa pure Vitas Gerulaitis, che non fa mistero della propria inclinazione al consumo di cocaina. Non che sia un caso unico, in una New York che non dorme mai, ben più di quanto non facesse quando, a cantarla, era Frank Sinatra.

Ma Gerulaitis, era, ancora di più, pura vita. O meglio, Vitas.

Faceva collezione di playmates, girava per le discoteche in accappatoio. Ha una chioma da cherubino e uno sguardo allegro, il party è il suo habitat naturale, ma dategli una racchetta – di legno: all’epoca andava così – e vi farà divertire. Il suo repertorio non era completo, però aveva un rovescio tagliente quanto una spada di Toledo e una capacità innata di inventare colpi imprevedibili. Qualsiasi fosse la superficie su cui si giocava, Gerulaitis si trovava a meraviglia. Vinse, a Melbourne, il suo unico torneo del Grande Slam, l’Australian Open, ma sarebbe ridicolo limitare la sua carriera a un elenco di vittorie o di sconfitte. Detto che fu finalista sulla terra rossa parigina del Roland Garros e sul cemento di Flushing Meadows, Vitas era un giocoliere che scaldava il pubblico e le notti infinite che attraversava, spesso sfrecciando a bordo dei bolidi per cui andava matto e di cui aveva fatto abbondante scorta. Di Rolls Royce non ne aveva una: mica poteva bastargli. Ne prese un’altra. E poi ecco una Mercedes, una Porsche e una Cadillac. Per rompere la routine, volò in Italia, raggiunse Maranello e si comprò una fiammante Ferrari. La stampa lo chiamava the Lithuanian lion, un po’ per la capigliatura, molto per il vigore con cui si esprimeva sul campo (e anche fuori, ovviamente). Le donne, poi, erano un’altra passione cui non poteva rinunciare. Si era già ritirato, nel 1986, e stava con una splendida modella, Janet Jones. La rivista “People” intervistò entrambi e chiese che cosa desiderassero avere in un rapporto di coppia.

Lei rispose che si vedeva madre in una famiglia unita.

Lui sbottò, con il consueto sorriso scanzonato: “Io a quarant’anni vorrei avere sei mogli”.

Impagabile Vitas.

Di quella compagnia di giro che animava il serioso circus tennistico era il collante. Se Borg era un Beatle, Gerulaitis era tutto Rolling Stones, non fosse altro perché le sue albe arrivavano, non di rado, insieme a Mick Jagger. Era amico di Andy Warhol, che lo fermava, con la sua Polaroid al collo, per scattargli delle foto, e di Jean-Michel Basquiat, di Liza Minelli e di Truman Capote. Un giramondo che stipava le valigie con i vestiti che comprava di città in città, e di cui faceva sfoggio a N.Y, e che era svelto nelle battute, sempre pronto a un tocco di umorismo, cosa che gli riusciva in maniera addirittura più brillante dopo le sconfitte.

Nel 1977 arrivò in semifinale a Wimbledon con Borg, ebbe un match-ball, perse per 8-6 al quinto set. In seguito, gli chiesero che cosa gli fosse rimasto maggiormente impresso di quella partita e lui, autoironico e guascone, disse: “Posso soltanto ricordare che quella volta gli spettatori inglesi non lasciarono il loro posto neanche per andare a bersi una tazza di tè”.

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Impudente e imprudente, Vitas.

Era il 1980 e ricevette l’invito al matrimonio tra Borg e la bellissima tennista Mariana Simionescu, che si sarebbe celebrato in Romania. Si era portato appresso alcuni grammi di cocaina, superando i controlli in andata, e ne menò vanto durante il ricevimento. Ilie Nastase, campione pure presente al banchetto, e che era di Bucarest – un altro showman –, gli spiegò che si era preso un rischio enorme, perché nel suo Paese le pene per chi deteneva droga erano severissime. Gerulaitis, per una volta poco disposto allo scherzo, si liberò della sostanza in fretta e furia. Ma Vitas era, a dispetto di quella sua aria da putto dispettoso, un ragazzo gentile. Sempre Bjorn Borg, di lui, ha detto: “Era uno dei miei migliori amici, ci aiutammo nella nostra carriera, ognuno fece dell’altro un giocatore migliore. E dopo il tennis stavamo sempre in compagnia e ci divertivamo anche parecchio. Aveva una grande energia positiva nei confronti degli altri”. Dopo quella semifinale del 1977 a Wimbledon, Vitas non salì su un aereo per tornare negli Stati Uniti, ma raggiunse Borg al Cumbarland Club, il centro in cui abitualmente si preparava a Londra Nord, e si mise a disposizione del fuoriclasse svedese per un allenamento. Non lesinava mai le presenze agli eventi benefici, regalava attrezzatura per il tennis ai bambini dei sobborghi di New York, si spendeva per toglierli dai pericoli di una vita sulla strada. Una volta ritiratosi, era riuscito a togliersi di torno il vizio della cocaina, ma la trappola che gli tese la sorte fu crudele.


Lui, che aveva amato il giocoso chiasso delle feste, le luci della notte, il luccichio degli strobos, insieme alla mirabile traiettoria di uno slice che mandava la palla all’incrocio delle linee, morì ucciso da un killer silenzioso, il gas che si propagò nella stanza in cui riposava, nella dépendance della villa di un amico, Martin Rybes, a Long Island. Aveva appena partecipato a un’esibizione con Jimmy Connors. La schiena gli dava fastidio per questo aveva chiesto la cortesia di potersi stendere. Una stufa difettosa sprigionò l’assassino di Vitas.

Era il 18 settembre 1994.

Dal 1990 aveva iniziato a fare il commentatore televisivo per la CBS. Una voce apprezzata e spiritosa. Vitas aveva compiuto quarant’anni a luglio. Era nato il 26 luglio del 1954, sotto il segno del Leone. Se ne andò senza far rumore, vittima di un perfido destino.

Nel sonno, come si dice che accada alle persone buone, ma è soltanto una frase fatta.

Al funerale, la sua bara la portarono Jimmy Connors, Bjorn Borg e John McEnroe, i suoi blood brothers.

Fratelli per sempre.

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