"The Kid" OUT
Il prossimo 17 Febbraio allo Spectrum Center si sfideranno team Lebron vs team Giannis. Nulla di particolarmente competitivo, "prima lo spettacolo, poi il risultato". 

‘’The Kid’’ OUT. ‘’D-Rose’’ OUT. ‘’The stifle Tower’’ OUT.


Quest’anno si parla di Luka Doncic, Derrick Rose e Rudy Gobert come i celebri esclusi di Charlotte, dove, sul parquet dello Spectrum Center il prossimo 17 di febbraio, si sfideranno team Lebron vs team Giannis.
Per i meno basketball-addicted stiamo parlando dell’All-Star Game, la partita delle stelle, l’unica occasione che ogni anno un tifoso NBA ha per vedere i migliori 24 (o presunti tali) giocatori al mondo in una sola partita.
Nulla di particolarmente competitivo, si tratta di uno showcase in cui vige la legge non scritta del “prima lo spettacolo, poi il risultato”. Perché alla fine chi vince o chi perde non conta e non se lo ricorda nessuno; o per lo meno, se prima facendo uno sforzo ci si poteva arrivare attraverso il titolo di MVP della partita, negli ultimi due anni la situazione è diventata un pochino più complicata.
Qualche anno addietro era stato proposto di mettere in palio la testa di serie delle Finals: la conference vincitrice all’All-Star Game avrebbe assicurato a tutte le proprie franchigie un’eventuale gara7 in casa. Ma successivamente l’idea di un garbage time con 15 schiacciate in 2 minuti è stata preferita a quella di un Kobe Bryant con occhi assatanati che difende alla morte per 40.
Ma partiamo dal principio. Le controversie che riguardano questo mega-evento mediatico esistono dal 1951, anno in cui a Boston si svolse la prima partita tra Eastern e Western Conference. Da quel giorno son cambiate parecchie cose: innanzitutto dalla singola partita si è passati ad un programma che dura l’intero weekend. Poi, nel giro di due anni, tra 1984 e 1986, viene introdotto prima lo Slam Dunk Contest, probabilmente l’evento più spettacolare di questi 3 giorni, ed in seguito il Three-point Shootout, la gara del tiro da 3. Nel 1994 vengono coinvolti anche i giocatori del primo o secondo anno NBA in una partita che inizialmente era East vs West a squadre miste, e poi diventò Rookie vs Sophomore.

L’NBA di oggi, oltre ad essere la lega sportiva più ricca e famosa al mondo, è anche quella che ha avuto il processo di globalizzazione più veloce; stiamo parlando del coinvolgimento di 108 “international players”(il modo americano per dire “extracomunitari”) provenienti da 42 nazioni diverse. Con la stessa velocità l’NBA ha dovuto continuamente adattare regole e format dell’All-Star Game al fine di tener sempre equilibrate le squadre e  soprattutto il livello di interesse del pubblico verso una partita che, col passare del tempo e dei vari MJ, Magic, Larry, Penny, avrebbe perso sempre più appeal.


Ma si sa, negli uffici della 5th Ave, New York, ci vedono lungo.


Il coinvolgimento dei fan gioca un ruolo chiave nell’evoluzione dello show, motivo per cui un’ulteriore svolta è rappresentata dall’inizio delle votazioni online dei quintetti: le squadre non saranno più selezionate attraverso il voto di esperti del settore, ma da qualunque appassionato NBA del mondo voglia esprimersi. Fino al 2013 fu tutto abbastanza chiaro. I tifosi dovevano semplicemente scegliere un playmaker, una guardia, due ali e un centro per ogni Conference.
Ma per stare al passo con l’evoluzione del gioco, sempre più povero di centri puri, e per risolvere alcune complicazioni nella compilazione delle liste (Tim Duncan: ala o centro?) l’NBA decise di dividere i giocatori in due sole categorie: frontcourt players (ossia interni: ali grandi, piccole e centri) e backcourt players (ossia esterni: guardie e playmakers).


Adesso tutto chiaro? Ovviamente no.

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Dal 2018 la lega ha voluto cambiare in maniera ancor più radicale il Game passando dalla divisione East/West ad un draft misto gestito in ultimo appello da due capitani. L’obbiettivo è avere squadre miste più eterogenee per salvaguardarsi dal rischio di mandare in campo due formazioni molto squilibrate tra loro, complice la migrazione nella Western Conference di molte stelle durante la sessione di mercato estiva.
Come..? Riducendo drasticamente l’incidenza della scelta popolare.
Il pubblico votante ha potere decisionale totale solo sui capitani, ma il suo peso cala drasticamente per quanto riguarda il resto dei giocatori, dato che quel voto varrà solo ¼ sul totale. Il ¾ del suffragio deriva da giocatori, giornalisti e allenatori, i quali dovranno inoltre decidere le riserve ufficiali. Alla fine, i due capitani sceglieranno i loro compagni dal pacchetto eletto, un po’ come al campetto.
Bene ma non benissimo. Per fare un paragone molto attuale, è un po' come il Festival di Sanremo: il 99% dei voti arriva dal pubblico, ma il voto dei giornalisti, che quantitativamente varrebbe meno dell’1%, ha un potere notevolmente maggiore.
Quindi i vari Luka, Derrick e Rudy rimangono fuori nonostante l’appoggio global-popolare, e dentro Khris Middleton, Kyle Lowry e Nikola Vucevic per volere degli allenatori.
Ma c’è anche un’altra somiglianza: a Sanremo Loredana Bertè, vincitrice per il pubblico presente in sala ma non per i votanti da casa e tantomeno per la stampa, è stata nominata vincitrice “ad honorem” dal povero Claudio Bisio. In America, per la prima volta nella storia, un commissioner NBA ha deciso di fare due convocazioni straordinarie, quella di Wade e di Nowitzki, per celebrare le loro carriere.
Ma la Bertè allo Spectrum Center, ce la meritiamo..?

Va bene, sono paragoni forzati, ma quest’anno come non mai Saremo e l’all star game NBA hanno qualcosa in comune: soldi, soldi, soldi…

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