Agénor, l'inarrestabile

RUBRICA "CAVALLI SELVAGGI"

di Matteo Fontana

Nato in Marocco da genitori haitiani, e cresciuto tra lo Zaire e la Francia, Ronald Agénor, spinto da grande passione ed inesauribile determinazione, ha continuato a viaggiare per oltre due decadi, battendosi con i più forti tennisti del suo tempo. 

I tennisti sono come le rockstar. Fanno quello che fanno per passione e vocazione. E poi perché amano viaggiare. Sempre su un aereo, dentro e fuori dagli alberghi. Una partita, una vittoria, avanti. Una sconfitta, via, con un altro biglietto in tasca. La destinazione? A cento chilometri di distanza, oppure da raggiungere sorvolando un oceano e mezzo. Somigliano ai marinai. Dove vanno, con le loro (una volta) giubbe bianche?

Ronald Agénor non poteva che giocare a tennis. Suo padre Frederic era un diplomatico haitiano, funzionario in missione per l’ONU. Il lavoro l’aveva portato in Marocco. È a Rabat, infatti, che venne al mondo Ronald, che dopo si trasferì con la famiglia in Zaire. Era quattordicenne quando gli Agénor arrivarono in Francia: aveva già fatto il giro del mondo. Era il più piccolo di sei figli. Uno dei suoi fratelli, Lionel, aveva cominciato a giocare a tennis, e lo stesso fece lui. Iniziò quando ancora abitavano nello Zaire. Le prime partite le disputò a Bordeaux, la città in cui erano andati a vivere e in cui passò l’adolescenza. Ronald presto divenne riconoscibile per le treccine.

Era un creolo, come Yannick Noah, che sarebbe stato il simbolo tennistico della Francia per oltre un decennio, per lo stile bizzarro, il modo di giocare fantasioso, pittoresco; non un moschettiere, ma un geniaccio che sfuggiva agli inquadramenti. Noah era di origine camerunense e mandò in solluchero i francesi quando, nel 1983, vinse il Roland Garros. Altroché sciovinismo: nessuno poteva risparmiarsi di cadere in adorazione di quel formidabile intagliatore di dritti e rovesci che aveva sconfitto, nella finale di Parigi, Mats Wilander, e che in capo a tre anni sarebbe stato terzo nella classifica tennistica mondiale.

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Agénor non era Noah. Non era francese, anche se in Francia si era formato. Non era un vincente.

Yannick, in carriera, conquistò 23 titoli in singolare e 16 in doppio. Al Roland Garros, Agénor ha raggiunto, come più alto risultato, i quarti, nel 1989, perdendo con Michael Chang, di Nick Bollettieri che alla fine trionfò, segnando una delle più grandi sorprese sportive della storia dello sport. Ronald non aveva il talento di Noah.

Lo ricordava per chi guardava il tennis con una certa noncuranza. Le treccine, appunto. Se uno accendeva la televisione, in una di quelle calde giornate di maggio in cui si disputavano gli Internazionali di Francia, e vedeva un tennista che, sulla terra rossa di Parigi, con il sole a picco e gli scambi che sembravano non volersi chiudere mai, aveva quei dreadlocks che scendevano a metà collo, credeva che stesse giocando Noah, l’iconico campione che, per eccellenza, sfoggiava quel look. Poi, appena il cameraman stringeva, ci si accorgeva che era Ronald Agénor. Non sarà stato immaginifico quanto Yannick, ma segnò comunque un tempo. Entrò in classifica, nel 1985, da 416esimo. Alla fine dall’anno era quarantanovesimo. Collezionò finali in tornei ATP di rilievo.

A Gstaad, e nella "sua" Bordeaux. Poi si incrociò con Noah, sempre in finale, la prima all black della storia del tennis. Era il 1987, a Basilea. Perse sempre, ma venne anche il momento di vincere. Ad Atene, a Genova, a Berlino. Non c’era niente di improvvisato in Ronald Agénor. Certo, in tanti, in troppi lo guardavano e pensavano a Yannick Noah, ma non era quello che importava. Superò la soglia del milione di dollari vinto in carriera quando si aggiudicò il Challenger di Marsiglia, nel 1991. Noah si ritirò quell’anno, lui andò avanti.

Quando uscì dal ranking, e tutti ritennero che avesse mollato, si sbrigò a smentirli. Rientrato nel 1993, ad aprile del 1994 era il numero 30 del mondo. Centrò le semifinali a Milano e Barcellona, eliminando Michael Stich, il secondo in classifica, già trionfatore a Wimbledon. C’è qualcosa di banale nella carriera di Ronald Agénor? Scordatevelo. Anzi, è insolito e persino più sbalorditivo di una vittoria al Roland Garros riuscire, come fece lui, a essere il più vecchio giocatore a entrare nei primi 100 del circuito ATP, dai tempi di Jimmy Connors: novantottesimo, nel 1999, a trentacinque anni, Agénor non voleva più smettere. Era un neverending tour, il suo.

Un sempiterno, haitiano Bob Dylan della racchetta, nato in Marocco, e che aveva pure acquisito il passaporto statunitense. Un globetrotter che non aveva nessuna intenzione di fermarsi.

Il nuovo millennio non lo fece cedere. Birmingham, Alabama: altro challenger vinto. Identico risultato a San Antonio, Texas. È il 2000. Partecipa a tutti gli Slam e passa pure un turno a Parigi, il suo luogo d’elezione. 

Nel 2001 andò in finale a Salinas, in Ecuador, perdendo con David Nalbandian, e fu semifinalista a Calabasas, in California. Quando lasciò, non fu perché qualcuno gli disse che era ora di prendere commiato, usando il tono compassionevole di quelli che ti vogliono far capire che non ce n’è più. Decise lui, e per delle ragioni precise: insegnare tennis, aprire un’accademia, cosa che fece a Los Angeles, e dopo un’agenzia di rappresentanza per gli atleti.  E poi per dedicarsi alla musica, altro punto in comune con il suo alter ego Noah, che ha vinto premi e ha ottenuto riconoscimenti internazionali per le sue canzoni. Agénor, come nel tennis, non ha avuto lo stesso successo, ma chi ha ascoltato i suoi pezzi assicura che siano pieni di cuore, con un’anima che va dai Caraibi all’Europa. Un tennista vince, e prima di ogni altra cosa viaggia.

Ronald Agénor continua a farlo, anche se non ha più le treccine.

Matteo Fontana

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