Il Re in Rosso
Nel 2008 Federer viene scalzato dal vertice della classifica ATP. Per tre volte di fila aveva perso in finale a Parigi, contro Nadal, ma quell'anno aveva dovuto cedergli anche sul prato di Wimbledon, il suo regno. Il rischio di una sorprendente abdicazione non era del tutto infondato. Invece, come la pressione di una crisi possibile si era fatta sentire all'improvviso, così il Re, si rigenerò presto.

Al Re il rosso non donava. Il colore non si addiceva alla sua eleganza, alla finezza con cui sedeva sul trono.

Parigi val bene una messa, però, e lui aveva assistito a tanti sermoni. Erano stati dieci, prima del giorno in cui, infine, poté scrollarsi di dosso la polvere e sfoggiare il suo abito più bello, quello del vincitore.

Roger Federer alzò lo scettro riservato a chi governava al Roland Garros, nel territorio del suo più fiero rivale, Rafa Nadal. Era successo: la corona illuminava gli occhi e il cuore del nuovo Re in Rosso.

Per tre volte di fila aveva perso in finale. Sempre con Nadal, ovviamente. L’ultima era stata la più dolorosa: nel 2008, era stato sconfitto in nemmeno due ore, in tre set, cedendo il terzo per 6-0. Il giardino di casa di Federer era, e sarebbe stato a lungo, il prato di Wimbledon, l’All England Club. Quello era il posto ideale per il suo tennis liturgico, una squisita opera d’arte permanente che esaltava quelli che David Foster Wallace aveva definito "Momenti Federer": "Certe volte – ha scritto il grande autore statunitense – guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene. I momenti sono tanto più intensi se un minimo di esperienza diretta del gioco ti permette di capire l’impossibilità di quello che gli hai appena visto fare". Foster Wallace parla di Federer come esperienza religiosa. Una presenza trascendente che, fino al 7 giugno 2009, era stata scacciata con modi spicci dal Roland Garros.

C’è, nella terra rossa, una filosofia diversa e distinta dallo stile di Federer. Su quell’argilla battuta la pallina rallenta, slitta di meno, e inoltre il rimbalzo è più alto. Il gioco è fatto di potenza, di scambi spesso lunghi. La fantasia è utile, ma non necessaria. Pete Sampras, un altro genio del tennis, ha vinto tutti i tornei dello Slam, escluso il Roland Garros. La stessa nemesi stava colpendo Federer. E, forse, anche lui era sul punto di convincersi che così stavano le cose e così dovevano andare, dopo l’ennesima finale persa con Nadal. Da cinque anni dominava senza sosta il circuito del tennis. Nel 2005 aveva chiuso l’annata con 81 vittorie e soltanto 4 sconfitte.

Una di queste, inevitabilmente, a Parigi, in semifinale, con Nadal. A quel punto, aveva già conquistato in tre stagioni diverse l’Australian Open, Wimbledon e l’US Open. Quando, nel 2008, Nadal andò ad occupare il suo regno londinese, battendolo al Centre Court in cinque set, perdendo per la prima volta sull’erba dopo 65 vittorie consecutive, Nadal l’aveva anche scalzato dal vertice della classifica Atp.

Federer non era più il numero 1. Il rischio di una sorprendente abdicazione non era del tutto infondato.

Invece, come la pressione di una crisi possibile si era fatta sentire all’improvviso, così il Re, si rigenerò presto. Alla maniera di Napoleone, la corona se la sarebbe messa da solo, Roger.

E, ça va sans dire, a Parigi.

A distanza di un decennio, la vittoria di Federer sulla terra rossa del Roland Garros non ha perso l’alone mistico che la contornò dal momento in cui l’ultimo punto fu segnato sul tabellone, nella finale vinta con Robin Söderling. Lo svedese era stato la grande sorpresa del torneo e, più di tutto, aveva avuto l’ardire di sconfiggere Nadal negli ottavi. Che per Federer l’uscita di scena del suo principale contendente, nonché imperatore di Francia, non potesse che essere un inatteso vantaggio era cosa certa. Che, però, la maledizione parigina fosse destinata a essere spezzata era da verificare. Roger, nei quarti, si sbarazzò con facilità dell’idolo di casa, Gaël Monfils, ma in semifinale lo aspettava Juan Martin del Potro, il talento argentino che stava avanzando verso il picco della carriera. Federer l’aveva battuto a gennaio, a Melbourne, nei quarti dell’Australian Open. Di più: l’aveva travolto, concedendogli tre games in totale e vincendo gli ultimi due set con un periodico 6-0.

Alto e potente, del Potro era uomo di, e da, cemento, e infatti la sfida fu un sabba di colpi portentosi, una battaglia che ruotò attorno all’efficacia al servizio dei duellanti, risolta in cinque set. Pochi mesi dopo, a Flushing Meadows, del Potro si sarebbe preso la rivincita, prevalendo nella finale dell’US Open su Roger, e cogliendo così il suo primo titolo Slam. Al Roland Garros, invece, niente più poteva frenare Federer, nemmeno Söderling.

Di nuovo, viene in soccorso la prosa alata di David Foster Wallace per raccontare la soave bellezza del campione: "Il dritto di Federer è una possente scudisciata liquida, il rovescio è un colpo a una mano che lui sa tirare di piatto, caricare di topspin o tagliare. Il servizio ha una velocità e un grado inarrivabile di varietà e precisione; i movimenti del servizio sono flessuosi e sobri, si distinguono (in tv) solo per il guizzo anguillaceo dell’intero corpo al momento dell’impatto. L’intuizione e il senso del campo sono portentosi, il gioco di gambe non ha uguali nel tennis".

La narrazione rimanda ai tratti dipinti da Omero attorno agli eroi dei suoi poemi. Federer come il guerriero Achille, o riflesso del nobile Ettore, che prima di scendere sul campo di battaglia saluta la moglie Andromaca e il figlio in fasce, Astianatte. Ci sono, nella storia dell’umanità, delle figure simboliche, dei paradigmi, che vanno dall’arte allo sport, e spesso coincidono. Roger Federer, senza dubbio, fa parte di questa categoria.

 

Il 7 giugno 2009 è una data che resta incisa quanto un comandamento nelle tavole della legge del tennis.

Il 6-1, 7-6, 6-4 con cui Federer sconfisse Söderling ha fatto da stella polare e congiunzione astrale per una serie di eventi. Quel Roland Garros fu il quattordicesimo Slam che Roger conquistò: lo stesso numero totalizzato da Pete Sampras. Divenne, così, il sesto giocatore di ogni tempo ad averli vinti tutti e quattro, gli Slam, e aprì la corsa alla riconquista del vertice della classifica Atp. Passarono poche settimane, prima che aggiornasse, e migliorasse, il record di Sampras, trionfando ancora a Wimbledon. Era la sesta volta che trionfava sulla sacra erba inglese.

Fu di nuovo numero 1, e in quella posizione si confermò alla fine dell’anno. David Foster Wallace non aveva potuto vedere le sue nuove vittorie, il rinnovarsi eterno della gloria di Roger. Si era ucciso, schiacciato dalla depressione, il 12 settembre del 2008. È stato il Fëdor Dostoevskij della sua generazione, "Infinite Jest" è il "Delitto e castigo" di quest’epoca e parla (anche, e molto) di tennis. Nel 2006, raccontando Roger Federer e dicendo della possibilità di incontrare un altro come lui, aveva scritto: "Il genio non è riproducibile. L’ispirazione, però, è contagiosa, e multiforme, e anche soltanto vedere, da vicino, la potenza e l’aggressività rese vulnerabili dalla bellezza significa sentirsi ispirati e (in un modo fugace, mortale) riconciliati".

Il resto è un’inutile vanità.

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