The man don't give a fuck

REPORTAGE

Illustrations Sarah Brown

Text Matteo Fontana

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L'insostenibile leggerezza di Robin Friday.

Arrivò prima del punk. Prima della foto che ritrae Paul Simonon mentre sbatte contro il palco il proprio basso, sulla copertina di "London Calling". Prima che Sid Vicious si consumasse. Prima che l’anarchia arrivasse nel Regno Unito. Prima delle creste, ma insieme ai capelloni. Il suo cognome era un giorno della settimana: Friday, il venerdì, l’inizio della festa, alla fine del lavoro. Ore da far correre veloci davanti alle pinte, ordinate al pub, o in un dancing, inseguendo un amore nottambulo. Il nome, invece, Robin, era quello di un uccello, il pettirosso. E, allo stesso modo, lui volava libero. Robin Friday: i latini, del nome, dicevano che dentro portava il destino delle persone, che era una profezia, l’omen. A giudicare dalla sua vita, non si può dire che avessero sbagliato.

Era arrivato dopo George Best, ma non aveva avuto bisogno di coppe, vittorie, sperperi, miss mondo, champagne, un fegato distrutto e un altro gettato, per essere semplicemente se stesso. Non gli interessava Wembley.

Si era fermato a Reading, in Quarta Divisione, e lì teneva il proprio magistero, ma non gliene importava granché. Veniva da Acton, un quartiere in cui il disagio era ordinario. C’era cresciuto a cavallo tra gli anni ’50 e i ’60, i favolosi sixties, ma per Robin non c’erano i Beatles o i Rolling Stones, né la minigonna di Mary Quant.

Niente Strawberry fields forever, e neanche Satisfaction. Era venuto su con una missione: sballare. E lo faceva, eccome, tra alcol e droghe, una galera conosciuta presto, ma pure tanto calcio, la religione in cui lavava i propri peccati, ogni benedetto sabato.

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Il suo sacerdozio è una profezia arrabbiata: "Da attaccante prendo un sacco di botte, ma le rendo pure. Sul campo odio tutti gli avversari. Non me ne frega niente di nessuno. La gente pensa che sia un pazzo, un folle. Io sono un vincente", dice, e la sua non è una posa, ma un modo di essere. Spaccone, ma perché non può essere altro.

Fuori dalle regole, perché Robin Friday è un’eccezione che fugge di fronte al pensiero comune. Era sempre stato così. In anni in cui i pregiudizi razziali erano ancora una tollerata normalità, si sposa con Maxine, una ragazza di colore, e da lei ha una figlia, Nicola. Ci sono i ghirigori della retorica che lo descrivono come il sesto Beatle – il quinto era Best, ovviamente –, ma Friday non c’entrava nulla con John Lennon o Paul McCartney.

La sua fama era una nicchia di culto, costruita nei sobborghi, nelle zone la cui fama era sempre pessima, sui campi di calcio dei semiprofessionisti. Con il Walthamston, l’Hayes, posti in cui i tifosi sono calciatori e i calciatori tifosi.

E Robin, allora, passa il tempo, prima e dopo le partite, al pub. Una volta, proprio con l’Hayes, dovrebbe giocare con il Dagenham&Redbridge, ma quando le squadre entrano in campo non lo trovano. Lo ripescano fuori dallo stadio, in un locale fumoso, con davanti una sfilza di birre e con un interlocutore che non lo può ascoltare ma con cui Friday sta parlando: un posacenere. Che poi lo ributtino dentro e che sia lui a segnare il gol decisivo per la vittoria dell’Hayes, dopo aver ciondolato ubriachissimo sull’erba come un fantasma ubriaco, e che il pubblico lo acclami in uno stato di delirio collettivo, è soltanto un dettaglio. No, scordateveli, i Beatles. Dimenticatevene quando pensate a una tragedia sfiorata, con Robin che cammina su un tetto e, cadendo, finisce trafitto da un palo che arriva a conficcarglisi a poca distanza dai polmoni. Non azzardatevi a immaginarlo diverso dal ragazzo dalla cui casa esce musica heavy metal sparata a volumi apocalittici anche a notte fonda. Friday è un’icona, ma lo scopriranno tardi, quando già quella vita spericolata che si è scelto, perché non ne voleva un’altra, è volata via come il pettirosso del suo nome.

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Era tornato ad Acton. Aveva già escluso l’ipotesi di invecchiare. Il calcio non gli interessava più.

Al Reading se l’era spassata. Erano stati promossi in Terza Divisione e i suoi gol erano stati decisivi.

Mentre ne festeggiava uno, si avvicinò a un poliziotto in servizio e lo baciò: "Era l’unico serio in tutto lo stadio. Però mi sono pentito subito di averlo baciato. Io odio i poliziotti", disse, subito dopo. Best, intanto, si era perso negli Stati Uniti, e con lui anche John Lennon era andato a viverci. I Beatles si erano sciolti, il Manchester United aveva perso il suo campione più adorato e sconsiderato. Il punk era in arrivo. Sui campi delle categorie inferiori inglesi il passaparola su Friday, invece, non si era interrotto. Come nei club di Londra iniziava a infuriare il suono delle chitarre sfasciate e qualcuno proclamava che l’unica certezza era l’assenza di futuro, così Robin era il manifesto di un nichilismo autodistruttivo, la risposta di una working class arrabbiata al dubbio di Amleto: "Essere o non essere?".  L’importante, per Friday, era fregarsene di tutto e di tutti. Così, proprio in quel 1977 in cui i capelli si tingono e si raddrizzano e la musica va incontro a una rivoluzione più vorace di una strada in fiamme, Robin compie il gesto che lo consegna all’eternità di una fotografia immortale. Lo fa dopo che dal Reading è passato al Cardiff City, durante una partita con il Luton Town. Si scontra con il portiere avversario, Milija Aleksic.

Gliele promette e gli basta poco per passare ai fatti. Prende palla, entra in area, dribbla qualsiasi difensore gli si presenti davanti. Aleksic finisce giù per terra, a gol incassato. Friday gli solleva di fronte il medio e l’indice della mano destra. Non esattamente un invito alla riconciliazione. Ci faranno la copertina di un disco, con quello scatto, i Super Furry Animals, band gallese di culto, e la canzone contenuta sarà un omaggio a Robin: "The man don’t give a fuck", il titolo. Prima del punk, oltre il punk, già. Ma quando il pezzo esce, nel 1996, lui già se n’è andato.

Un’overdose l’ha stroncato nel 1990, a trentotto anni. La droga, Robin, la chiamava "la Signora".

Gli aveva fatto compagnia troppo a lungo. Eppure era quello che aveva sempre voluto. Se n’era sempre sbattuto: era morto come aveva vissuto, talmente veloce da farsi ricordare da tutti, mentre quella era l’ultima cosa che gli interessava. Il suo "No future", il Pettirosso, l’aveva pronunciato quando nessuno sapeva che cosa volesse dire: gli bastava farlo, non immaginarlo.

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Le foto sono di James Cannon

Instagram: @james__cannon

Il testo è di Oliver Cable

Instagram: @olivercable

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