Avanzano nuovi eroi
I playoff NBA sono iniziati senza di loro. LeBron James, Dirk Nowitzki e Dwayne Wade. Uno potrebbe tornare da qui ad un anno, gli altri due, invece, hanno salutato per sempre il basket. Senza di loro, senza le icone che hanno fatto sintesi ad un'intera, immensa stagione NBA, a risaltare sono nuovi profili, più o meno inediti. Sono i nuovi eroi.

Sono stati potenti e tremendamente regali, come i Tirannosauri. A porre fine a un’era geologica non è stato il presunto meteorite che avrebbe, milioni di anni fa, portato all’estinzione di quei mastodontici rettili, ma qualcosa di molto più semplice, tanto prevedibile quanto inevitabile: il tempo. I playoff NBA sono iniziati senza di loro.

Uno potrebbe tornare, da qui ad un anno. Gli altri due, invece, hanno salutato per sempre il basket, e la loro uscita di scena ha somigliato a quella dei vecchi Nativi che spariscono nel bosco, oppure dei campioni della mitologia greca, che se ne andavano avvolti da una nube. LeBron James, Dirk Nowitzki e Dwyane Wade hanno modificato il codice genetico del Gioco. Adesso avanzano nuovi eroi.

Nella Miami che fu sconfitta dai Mavericks erano insieme, James e Wade. Con loro, in una squadra-manifesto, giocava Chris Bosh, "Mister Basketball": erano i Big Three. Ma degli Heat, la bandiera è stata, più di tutti, lui, "Flash". Dwyane Wade ha giocato per sedici anni in una franchigia che, alla stessa maniera di Nowitzki a Dallas, ha trasformato da outsider a leggenda. Lui, cresciuto in un quartiere-ghetto di Chicago, con la madre, JoLynda che per campare faceva la roulette russa con le droghe: le testava per gli spacciatori, con l’overdose fatale che, mostruosa, la inseguiva. Fu sua sorella a salvarlo: "Vivevamo in quella che si può definire 'una casa abbandonata' e io ero la sua miglior amica. Non aveva molti amici, a dire il vero, e ogni piccolo passo che faceva io c’ero", racconterà lei, Tragil, quando suo fratello sarà diventato uno dei giocatori più ammirati della NBA.

Andarono a vivere dal padre, che aveva divorziato da JoLynda quando Dwyane era in fasce, e che lo educò al rispetto, alla fatica, al lavoro. Sono questi i principi cui Wade si è attenuto sempre, trasferendoli sul parquet. Quando, al college di Marquette, i risultati universitari erano troppo modesti per garantirgli il posto in squadra, il ragazzo si gettò in uno studio matto e disperatissimo. Conquistata la canotta da titolare, porterà i Golden Eagles alla Final Four NCAA. Poi, nel 2003, al draft, viene chiamato da Miami. È l’inizio di una storia d’amore che ha avuto come epilogo il congedo di Flash nella partita persa in casa con i Brooklyn Nets, in cui, tanto per non trascurare le abitudini, Wade ha chiuso con una tripla doppia. Lui, che ha consegnato il primo titolo NBA agli Heat, tre anni dopo il suo arrivo all’AmericanAirlines Arena di Biscayne Boulevard, tra le palme della Florida.

E lo fece battendo, guarda un po’, proprio i Mavericks di Nowitzki, in capo a una serie di cui D-Wade fu il formidabile dominatore. Era la Miami di Pat Riley, che dopo aver edificato lo Showtime dei Lakers negli anni ’80 ed essere arrivato a un passo dal titolo con i New York Knicks nel 1994, aveva traslocato a South Beach. Era, anche, la stessa Miami in cui primeggiava Shaquille O’Neal, ma più di ogni altra cosa era la Miami di Wade.

Gli ingaggi di Bosh da Toronto e di James da Cleveland alimentarono lo strapotere, ma sempre Flash ha fatto da tessuto connettivo delle vittorie che, assorbita la sconfitta con i Mavericks, giunsero copiose, con il doppio anello del 2012 e del 2013, fino al canto del cigno del secondo posto dietro ai San Antonio Spurs del santone Gregg Popovich, nel 2014. Con LeBron di ritorno alla casa-madre Cleveland, con Bosh costretto al ritiro da un disturbo sanguigno, con un ciclo che si esauriva, a rimanere è stato D-Wade, se non per le stagioni spese a Chicago e con i Cavs, dopo qualche baruffa contrattuale. Tutto è cambiato, ma lui no.

Poi, ineluttabile, anche Flash ha reso onore al rito del congedo.

Senza di loro, senza le icone che hanno fatto da sintesi a un’intera, immensa stagione NBA, a risaltare sono nuovi profili, più o meno inediti. C’è quello dispotico di James Harden, il Barba dei Rockets, accentratore del gioco, un uomo dalle statistiche personali da record, che fa storcere il naso ai puristi che non lo ritengono un collante per la squadra. A Houston, intanto, se lo godono. A Est è spuntata la luce di Giannis Antetonkounmpo, Greek Freak, lo scultoreo colosso che meriterebbe una statua di Fidia, il ragazzo che, ad Atene, vendeva souvenir ai turisti e divideva le scarpe al playground con suo fratello Thanasis: ora è il totem dei Milwaukee Bucks e percepisce un ingaggio di 24 milioni di dollari a stagione. A Philadelphia sono in corso dei pellegrinaggi votivi allo al Wells Fargo Center nella speranza che l’infortunio al ginocchio che ha bloccato Joel Embiid, l’intimidatorio pivot camerunense dei Sixers, si risolva in breve. Kahwi Leonard, a Toronto, vuole gustare ancora il sapore della vittoria che l’ha inebriato a San Antonio. Con Dallas fuori dai playoff toccherà parlare più avanti di Luka Doncic, lui sì realistico continuatore del governo di Nowitzki. Poi va a finire che a vincere sono sempre gli Warriors di Curry e Kevin Durant. Quando smetteranno pure loro, mancheranno come ora accade per quei giganti sulle cui spalle in molti sono saliti alla ricerca di ispirazione.

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