L'ultima curva
Addio a Niki Lauda, leggenda della Formula 1. Un campione capace di vincere sia in Ferrari che in McLaren e di aggiudicarsi uno dei mondiali più elettrizzanti di sempre, quello del 1984.

Stavolta non tornerà. Niki Lauda se n’è andato per sempre. Ha preso l’ultima curva e la bandiera a scacchi non ha salutato una sua vittoria, ma l’addio al mondo terreno. Assurto in cielo come gli eroi mitologici, si è spento un uomo che è stato il sinonimo di motori e velocità, ma pure di eterno talento e classe immensa. Quando qualcuno passa di là, è sempre incombente il tranello della retorica. Dire di Lauda il Campione, di Lauda capace di reinventarsi imprenditore di successo, raccontare la sua rinascita (la prima), dopo il tremendo incidente al Nürburgring, nel 1976, e il duello fascinoso con un altro genio del volante, James Hunt – trasposto al cinema nell’apprezzabile film "Rush" –, sarebbe un’ovvia concessione a quanto già detto e scritto in queste ore di ricordo e memoria.

Lo vogliamo ritrarre e omaggiare in un modo diverso, Lauda. Sempre in pista, un mezzo punto avanti.

Era il 1984 e in Formula 1 si era appena affacciato un ragazzo brasiliano che guidava con il coraggio di Gilles Villeneuve e l’abilità di Juan Manuel Fangio: Ayrton Senna guidava una Toleman. Niki Lauda, invece, aveva ripreso a correre nel 1982, alla McLaren, dopo aver interrotto la carriera per dedicarsi alle attività su cui aveva investito (la sua compagnia aerea). Aveva vinto due Mondiali con la Ferrari, con una Rossa al cui muretto c’era Luca Cordero di Montezemolo, giovane delfino di Gianni Agnelli. Lauda era sulla linea d’uscita, Senna su quella d’entrata.

Il circus era animato da figure ammalianti: Alain Prost, Nelson Piquet, Nigel Mansell. La Ferrari aveva scelto un pilota italiano, Michele Alboreto, con al fianco René Arnoux. L’Alfa Romeo, sponsorizzata dalla Benetton, puntava su Riccardo Patrese ed Eddie Cheever, l’americano di Roma, nato a Phoenix e cresciuto nella Città Eterna.

Romano de Roma era, invece, un altro splendido campione, Elio De Angelis, che correva per la Lotus, mentre alla Brabham, con Piquet, c’era il milanese Teo Fabi. Sarebbe stata una delle stagioni più elettrizzanti di sempre, con un finale unico e irripetibile (e non per modo di dire). Vinse lui, Niki Lauda, e a trentacinque anni di distanza la suggestione, nel giorno in cui è scomparso, ritorna in mente.

 

Il Mondiale lo dominarono le McLaren. Lauda, dunque, e Prost, che aveva lasciato la Renault stufo di cogliere piazzamenti ma di non essere il numero 1. Avrebbe dovuto attendere ancora. Niki era segnato dalle cicatrici: "Preferisco avere ancora il piede destro che funziona, piuttosto che un bel viso", diceva. Del rogo del Nürburing parlò con Pino Allievi, grande giornalista automobilistico, nel suo libro "Vite di corsa": "Tutto accadde così velocemente che non ebbi il tempo di capire. I primi momenti in ospedale furono terribili. Urlavo per il dolore delle ustioni. Ma appena la situazione si normalizzò mi posi il problema se sarei tornato a correre oppure no. Ero integro dentro, solo la “carrozzeria” aveva riportato danni. Non avevo nessun dubbio; volevo e potevo tornare".

Otto anni dopo quel terrificante incidente, Lauda inseguiva un altro titolo.

Il singolare incrocio della storia sovrappone il suo trionfo al primo, formidabile lampo di Senna. Il 6 giugno, sul circuito di Montecarlo, si disputava il Gran Premio di Monaco. La pioggia scese copiosa e condizionò la corsa. Lauda uscì per un testacoda. La Toleman di Senna fece impazzire il pubblico che seguiva quello straordinario spettacolo. Il poco meno che sconosciuto Ayrton fu secondo, dietro a Prost: fu il suo primo podio.

La situazione di gara, indusse gli organizzatori chiuderla in anticipo e, di conseguenza, a dimezzare i punti assegnati per la classifica.  Prost non ne ricevette 9, come da regolamento, ma 4.5.

Un’inezia che sarebbe stata determinante.

 

Lauda era grande e geniale. Per sua stessa ammissione, non faceva programmi a lunga scadenza.

Era un improvvisatore. Quando vinse a Monza, il 9 settembre, in una festa popolare italiana esaltata dal secondo posto di Michele Alboreto e dal terzo di Riccardo Patrese, il Mondiale era poco meno che nelle tasche di Niki: il vantaggio su Prost era rassicurante. Lui per primo, tuttavia, sapeva che nulla era fatto. Lo attendeva il Nürbugring, e dopo una pista sconosciuta: l’Estoril, in Portogallo. I colpi di scena erano appena all’inizio. Prost vinse il primo GP e pochi giorni dopo la FISA, la Federazione Internazionale capeggiata da un altro francese, Jean-Marie Balestre, rivisitò la classifica in base alla squalifica della Tyrrell per delle irregolarità tecniche avvenute al Gran Premio di Detroit. Per questa ragione, Lauda si presentò in Portogallo con il ridotto margine di 3.5 da difendere su Prost: 66 a 62.5. Le qualifiche furono, all’apparenza, un verdetto: con Piquet in pole position, Prost fu secondo, mentre Lauda sarebbe partito da undicesimo. Avrebbe dovuto arrivare perlomeno terzo, sempre che Prost non vincesse di nuovo. In quel caso, sarebbe stato il campione mondiale soltanto se si fosse piazzato secondo.

Fu una giornata degna di un poema epico.

Il 21 ottobre, dopo nove giri, Prost era in testa, con Lauda bloccato dietro. La rimonta partì così, cadenzata da momenti di pura bellezza. Il sorpasso al limite sulla Toleman di Stefan Johansson, quello su Alboreto, la sfida vinta con Keke Rosberg, il testa a testa con Senna per salire al terzo posto: Lauda non si fermava, ma ancora  non era sufficiente. Tra lui e il Mondiale c’era Mansell, con la sua Lotus, che saltò per un guasto ai freni.

Prost fugge sempre più veloce, ma Lauda compie il miracolo: è secondo. È campione per un fatidico mezzo punto. Ne ha raccolti 72. Prost, 71.5. Sarà il margine più stretto nella storia della Formula 1. All’Estoril, sul podio, c’è anche Ayrton Senna, terzo in Portogallo. È un rito di passaggio.

Lassù, adesso, lui e Niki corrono insieme, nella stessa scuderia: quella delle leggende.

Matteo Fontana

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