Così vicini e così lontani
La finale NCAA si avvicina. Sono trascorsi quarant'anni da quel 26 marzo 1979 quando, a Salt Lake City, nacque il leggendario dualismo tra Larry Bird e Earvin "Magic" Johnson. Larry era un soldato della pallacanestro dal rigore marziale. Magic, al contrario, rilassato e con il sorriso che scattava a ogni domanda.
L'uno, in realtà, era reciprocamente ossessionato dall'altro.

Dicevano che fossero solamente dei campagnoli. Gente che veniva da uno dei più grandi stati agricoli degli USA. La città in cui aveva sede la loro università, Terre Haute, era un paesone di 50mila abitanti. Quel college, Indiana State, era pressoché misconosciuto. O, almeno, era sempre stato così. La squadra, i Sycamores, si era presa qualche soddisfazione a livello locale, ma la NCAA di pallacanestro non sapevano neppure come fosse fatta.

Per accedere alle partite nazionali occorreva essere più bravi degli altri, cosa che Indiana State non era.

Tutto questo, finché, un giorno, un ragazzo biondo venuto da French Lick aveva deciso di riprendere gli studi.

Era stato, nel 1974, per un mese all’altra Indiana, quella famosa, l’University, a Bloomington. Larry Bird era figlio di genitori divorziati. Suo padre, Joe, si era suicidato. Lui aveva trovato il riparo innato dalle paure della vita nel basket. Gli avevano dato una borsa di studio per il college grazie alle straordinarie perfomance all’high school di Spring Valley. Il campus di Bloomington era troppo grande e caotico per Larry. Il coach di IU, Bobby Knight, era un genio e un duro, e i due attributi sono da leggere in ordine sparso. Il talento di Bird gli scappò via.

Il ragazzo biondo se ne andò a casa e si mise a lavorare per il municipio. Poi si sentì pronto per tornare all’università. A Terre Haute, per cambiare per sempre la storia dei Sycamores e giocare la più celebrata finale di ogni tempo del campionato NCAA: sono trascorsi quarant’anni da allora.

Era il 26 marzo 1979, era Indiana State contro Michigan.

A Salt Lake City nasceva la leggenda del dualismo tra Larry Bird e Earvin "Magic" Johson.

"Era la sfida che tutti gli appassionati di college basketball avrebbero voluto vedere, non perché le due scuole fossero tradizionalmente rivali o perché fossero due università blasonate: era la sfida di Magic contro Bird, due stelle che avevano portato le loro squadre in finale con uno stile di gioco simile, fatto di passaggi incredibili,  grande leadership e, soprattutto, una capacità innata di sostenere la pressione che montava sulle loro spalle, partita dopo partita, vittoria dopo vittoria". Questo scrive la sports columnist Jackie MacMullan, nel suo "When the Game was Ours", tradotto in italiano con il titolo "Il basket eravamo noi", il seminale libro sulle carriere e le vite di Bird e Johnson. Nello Utah si sarebbe assistito alla prima scena di un confronto che, nel giro di pochi mesi, avrebbe traslocato in NBA, per caratterizzare per intero un decennio. I Boston Celtics di Larry avrebbero vinto tre anelli, i Los Angeles Lakers di Magic cinque. Si sarebbero incrociati nelle Finals della Lega per tre volte.

In due di questi casi, sarebbe stato Jonhson a vincere, con l’unica eccezione della formidabile serie del 1984, con Boston che la spuntò per 4-3, in un Garden, il mitico impianto dal parquet incrociato, trasformato in una mescolanza tra un girone dantesco e la sfilata del Mardi Gras della Lousiana, così distante dall’aplomb europeo del Massachusetts. Il prestigiatore che l’aveva sconvolto era stato Larry Bird, nella sua più piena rivincita su Magic. Non poteva immaginarlo, ovviamente, a Salt Lake City, e i due, in sostanza, si conoscevano poco.

In comune, tuttavia, avevano molto più di quanto potessero pensare. Entrambi venivano da famiglie della working class, con un’etica fortissima, e si erano innamorati del basket con la naturalezza di chi, giocandoci, fa sempre la cosa giusta. Sia Bird che Magic si erano affermati precocemente, alle superiori, collezionando delle medie punti superiori ai 30 a partita. Erano distinti dall’età: Larry era nato nel 1956, tre anni prima di Earvin, ma un altro tratto condiviso era stato l’avvicinamento e la fuga da Indiana University. Se Bird, però, ne aveva accettato l’offerta per ritrarsi nel giro di poche settimane, Johnson aveva subito declinato gli interessamenti che gli erano stati manifestati da Bloomington. E, ulteriore punto in parallelo tra i due, come Larry aveva comunque deciso di non allontanarsi da casa, convergendo, infine, a Terre Haute, così Magic, che era di Lansing, in Michigan, optò per l’università locale, reclutato dagli Spartans, allenati da Jud Heathcote, il coach che darà alle strabilianti qualità di Earvin, sensazionale per visione di gioco e precisione al tiro, l’inquadramento che lo condusse a essere l’apollineo riferimento della squadra. Così vicini e così lontani, Bird e Johnson, e destinati a diventare poco meno che un binomio per un’epoca che si sarebbe aperta proprio a Salt Lake City. Ma se Michigan nello Utah, c’era arrivata da outsider, quel che avevano fatto i Sycamores aveva dello sbalorditivo.

Indiana State era allenata da Bill Hodges, al suo primo incarico da head coach, dopo essere stato assistente in piccoli college: Marian, Tennessee Tech e Armstrong State. Lo stesso incarico avrebbe ricoperto a Terre Haute, ma Bob King, la guida in panchina di ISU, fu colto da un infarto e da un aneurisma che gli imposero un lungo periodo di convalescenza. Al suo posto, dunque, fu catapultato Hodges. Quanto successe dopo fu impronosticabile e folle.

Se era vero che Larry Bird aveva già impresso un marchio profondo nella squadra, tanto da essere stato

All-American per la NCAA del 1978, i Sycamores non venivano considerati come una candidata che potesse andare molto oltre dei buoni risultati nella Conference di appartenenza, la Missouri Valley. Il loro tragitto fu, a dispetto da tutti gli scettici, una marcia trionfale che non conobbe sconfitte. Alla semifinale nazionale, Indiana State si presentò davanti a DePaul con un record di 32 vinte e 0 perse. In una partita che fece sussultare l’America, Bird fece 16 su 19 dal campo, prese 16 rimbalzi, fornì 6 assist e i Sycamores celebrarono con un elettrizzante 76-74 il passaggio alla finale da imbattuti. Dall’altro lato del bracket si era fatta largo Michigan State. E, con lei, più di tutti, Earvin Johnson, Magic. Gli Spartans erano passati attraverso la tempesta per farcela. Nella loro Division, la Big Ten, erano stati sconfitti in cinque partite, vincendone 13. Avrebbero perso, di lì in avanti, soltanto un’altra volta, spianandosi la strada per Salt Lake City. La lezione di Heathcote emerse nei turni a eliminazione diretta, in cui Michigan sbranò, imponendosi con largo margine, in sequenza, Lamar, Louisiana State, Notre Dame e Penn.

Magic era già in completo Showtime e timbrò il passaggio alla finale con una tripla doppia.

A questo punto il palcoscenico era apparecchiato e le tribune dello Special Events Center, il palazzo dello sport che avrebbe ospitato la più attesa delle partite, si stiparono presto.

Più di 15mila persone accorsero per toccare con mano il futuro del basket.

La finale era fatta anche di mind games. Nella palestra in cui gli Spartans stavano per svolgere l’ultimo allenamento, il giorno prima della partita, con Heathcote che teneva a rapporto la squadra, spuntarono, in anticipo rispetto a quanto fissato dal protocollo, i giocatori di Indiana State, vestiti con stivali, jeans e cappelli da cowboys. L’idea era stata della guardia dei Sycamores, Carl Nicks: "Facciamogli sapere che ci siamo", aveva detto.

Una sfuriata di Heathcote rimise le cose in ordine, ma l’ascia di guerra era stata dissotterrata, e fu levata ancora più in alto quando, all’uscita dal campo di Michigan, quelli di Indiana si misero a cantare il loro inno, proprio in faccia agli Spartans. La strategia non sarebbe stata la più adatta e i Sycamores l’avrebbero scoperto il giorno dopo. Nel frattempo, avevano preso forma, davanti ai media, i "caratteri" che avrebbero contraddistinto Bird e Magic per sempre. Larry era un soldato della pallacanestro, dal rigore marziale, poco incline a dispensare pacche sulle spalle. Earvin, al contrario, con il sorriso che scattava a ogni domanda, rilassato, come se segnare da otto metri fosse la cosa più naturale del mondo. L’uno, in realtà, era reciprocamente ossessionato dall’altro. Bird, inoltre, era convinto che certi limiti di ISU, che aveva una cifra di talento inferiore, quanto a valore assoluto, rispetto a Michigan State, potesse essere fatale in una partita come quella che li attendeva. Il suo ragionamento interiore si rivelò fondato. I Sycamores, i ragazzi venuti da Terre Haute, i campagnoli che avevano messo in scacco per un’intera stagione gli Stati Uniti del college basketball, furono in vantaggio soltanto per pochi secondi in tutta la partita, dopo una manciata di minuti: un tiro di Bird dall’angolo siglò l’8-7. Il sorpasso durò un istante.

Dopo gli Spartans, Magic e i suoi araldi, tolsero il fiato a Larry e a Indiana State. All’intervallo, Michigan era sopra di 9: 37-28. La rimonta divenne una barriera insormontabile. I Sycamores subirono un altro break all’inizio del secondo tempo e finirono sotto per 44-28. Ricucirono il gap con pazienza, ma non a sufficienza.

Sbagliarono troppi tiri liberi. Bird, aggrappato a tutto il proprio temperamento e a una classe infinita, patì la sconfitta, chiudendo con statistiche mediocri. Magic fu eletto miglior giocatore del torneo e i suoi 24 punti suggellarono il definitivo 75-64 per gli Spartans. Il fiele scorse spietato nel cuore di Larry, che pianse a lungo, con il volto nascosto nell’asciugamano. Confidò alla MacMullan, poi: "Quello che faceva più male era il fatto che era tutto finito. Non sapevo dove sarei andato. E quello che faceva più rabbia era che avevamo dato tutto quello che potevamo in quella partita, ma non ce l’avevamo fatta". Con il tempo, Bird avrebbe accettato la realtà di una gara che dimostra che le divinità dello sport non parlano mai per enigmi: se devi vincere, vinci, se devi perdere, perdi. Ormai monumentale campione con i Celtics, Larry ammise che, a rigiocare la partita con Michigan State dieci volte, i Sycamores avrebbe perso nove. O forse pure dieci. Quando al draft Boston scelse Bird sarebbe cominciata una storia differente. Il rimpianto si dissolse nei titoli e nella gloria planetaria. Il sorriso di Magic, intanto, non si spense mai: il Dream Team era già nato a Salt Lake City, un giorno del 1979, e forse l’avevano capito tutti e due che non sarebbe finita così presto tra loro.

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