Oltre i limiti
Trent’anni fa all’Open di Francia l’impossibile diventò possibile. Michael Chang, un fisico mingherlino e ossuto da informatico più che da atleta, sovvertì ogni pronostico sconfiggendo il robot Ivan Lendl in uno spettacolo indimenticabile, e richiamando l’eterna narrazione sportiva per cui Davide sconfigge Golia.

A chi lo guardava alla tv, sembrava il Calimero del Carosello: con quei capelli scuri e la zazzera a scodella, il destino da inevitabile, dolce e afflitto perdente che i commentatori gli assegnavano doveva essere una certezza. Michael Chang, nel giro di quattro ore e mezza, sovvertì ogni pronostico e sconfisse il robot che dominava da anni il tennis mondiale: Ivan Lendl. Trent’anni fa avvenne l’impossibile, e diventò possibile, in un assolato pomeriggio parigino, all’Open di Francia, il Roland Garros. Pochi giorni dopo, a vincerlo fu proprio lui: Chang, il bimbo che aveva scoperto l’America.

I suoi genitori, Joe Chang e Betty Tung, erano arrivati negli Stati Uniti in periodi diversi.

Lui nel 1959, lei sette anni dopo, nel 1966. Erano stati presentati da amici comuni e l’amore era sbocciato presto. Tutti e due venivano da Taiwan. Michael nasce nel 1972 e con il tennis l’attrazione è precoce. Si fa strada nei tornei giovanili Usa, in cui incontra un estroso ragazzo di Las Vegas, di padre iraniano, Andre Agassi.

Nel 1989, di Agassi già parlano tutti: è una rockstar in erba, rompe tutti i canoni e le etichette in campo, ha una lunga chioma bionda, è geniale e bizzarro. Chang, invece, lo conoscono in pochi. Suscita curiosità, più che altro: ha diciassette anni, due in meno di Agassi, un fiero senso del dovere che gli viene dalle radici familiari, un fisico minuto, da informatico, più che da atleta. Va a Parigi e conquista il "pass" per gli ottavi di finale. L’appuntamento sarà, dunque, con Lendl, una macchina che, al Roland Garros, ha imposto il proprio comando in tre edizioni e che fa del gioco da fondocampo uno strumento di chirurgica distruzione dell’avversario. Sulla terra rossa è ineguagliabile.

La potenza di fuoco che Lendl riesce a sprigionare è sbalorditiva. D’accordo, non vincerà sempre, ma nella ristretta cerchia dei tennisti capaci di sconfiggerlo in quello che è il suo habitat naturale ci sono i nomi di pochi campioni. Qualcosa, al Roland Garros, è però già andato storto: nel 1988, infatti, è stato eliminato nei quarti da Jonas Svensson, un buon routinier, tra l’altro nemmeno un terraiolo puro, più votato ai tornei sul cemento e il sintetico. Proprio per quanto accaduto l’anno precedente, nessuno pensa che Lendl possa finire di nuovo in trappola: è il numero 1 del mondo e resta da capire solamente se a impacciargli la strada verso il trono di Parigi sarà Boris Becker o se il compito toccherà a Stefan Edberg. Loro, sono i fuoriclasse che possono fermare Lendl. Di sicuro, non Chang, il Calimero di cui si dicono sì delle buone cose, ma che suscita, negli osservatori di Parigi, più simpatia che fiducia. In serbo per gli scettici, "Michelino" (come lo ribattezzerà con affetto il grande Gianni Clerici) ha delle burle che faranno epoca.

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"Tecnicamente ottimi i suoi rovesci vincenti così come le accelerazioni seguite dai rallentamenti che hanno tolto il fiato a Lendl. Una partita che non dimenticherò mai", scriverà Rino Tommasi, su "La Gazzetta dello Sport".

La leggendaria voce e firma italiana del tennis ha appena assistito a uno spettacolo al limite dell’inverosimile. Eppure i primi due set non avevano indotto a sospettare neanche minimamente che ci si potesse discostare dal più ovvio degli esiti: Lendl avanti facile, Chang con il biglietto dell’aereo già in tasca. Il 6-4, 6-4 di partenza non aveva fatto altro che assecondare le previsioni diffuse. Chang ha del talento, il suo è un gioco essenziale, che non manca di spunti pregevoli, ma reggere allo strapotere di Lendl va oltre i suoi mezzi. Anche nell’impatto visivo la differenza balza agli occhi: mentre Lendl è alto, ha le leve delle braccia e delle gambe che si allungano come delle pale, Chang è mingherlino, ossuto, a tratti fumettistico. I due si erano già affrontati tempo prima, in un match di esibizione a Des Moines, nello Iowa, e Lendl aveva vinto con ovvia facilità. Dopo aveva preso da parte Chang e gli aveva dato delle spiegazioni sull’andamento dell’incontro: "Sai perché ti ho battuto? Perché non hai qualche colpo in particolare che possa farmi male. Non il servizio, non la seconda palla che è poco potente. In questo modo posso fare praticamente quello che voglio quando ci incontriamo e batterti quindi con facilità".

Queste erano state le sue parole. Involontariamente, aveva dettato a Chang la formula che l’avrebbe costretto a subire, pochi mesi dopo, una delle sconfitte più cocenti della sua carriera. Già, perché Michelino l’aveva ascoltato con deferenza pari all’attenzione. Dentro di sé, stava già pensando alla maniera in cui avrebbe potuto mettere in pratica la lezione di Lendl. Dal terzo set di quella partita che tutti davano per finita, al Roland Garros, iniziò a farlo, e fu uno spettacolo indimenticabile.

 

Per prima cosa, Chang, con il suo stile pulito ed essenziale, non si fa più schiacciare dalla computeristica organizzazione di Lendl. Gli resiste e gli risponde con le sue stesse armi, come in un gioco di specchi: respinge botta su botta, fa correre il numero 1, gli porta via un punto dopo l’altro. Il 6-3 con cui manda la sfida al quarto set fa sussultare, ma in molti credono che sia una semplice variabile in un’equazione di cui è già noto il risultato.

Al contrario, Chang è appena all’inizio della sua camminata nella gloria. Il suo è un capolavoro tennistico, ma anche e soprattutto psicologico, in uno sport in cui la mente è l’unica costante da cui non si può prescindere.

Lo sforzo fatto per vincere il terzo set gli chiede di pagare un tributo, con i crampi che cominciano ad affliggerlo, ma Michelino non se ne lagna, anzi: sfrutta la cosa a proprio vantaggio, allungando a dismisura le pause di gioco. Lendl si innervosisce, ed è come se un chip del suo sistema cibernetico non sapesse interpretare un inaspettato algoritmo. Il pubblico di Parigi si mantiene composto, ma fatica a non parteggiare per Chang.

Ancor di più, quando lo vede, tra un game e l’altro, tirare fuori una banana e mangiarla, neanche fosse a una merenda, un picnic sull’erba. E, poco per volta, il muro di Lendl cede. Il quarto set è, di nuovo, di Chang: 6-3.

Si va al quinto, e a questo punto chiunque si è reso conto che può avvenire qualsiasi cosa, ma in pochi riescono a crederci sul serio, come se il mondo potesse andare alla rovescia.

A rovescio, piuttosto, va il servizio di Chang. Il difetto più evidente del suo repertorio, per una matta idea che, vuole il mito (ma pure la verità: fu lo stesso Chang a dirlo), gli aveva suggerito Andre Agassi, si tramuta in un colpo vincente. Michelino batte da sotto, in una versione parigina del gioco dei racchettoni da spiaggia, e sorprende Lendl, che ormai è andato in cortocircuito. Irritato, nervoso, stordito, il campione non ne azzecca più una.

Chang scatta nel punteggio, non smette di utilizzare le soste per dilatare il tempo della partita.

Lendl, esasperato, chiede l’intervento dell’arbitro, picchietta il dito sulla tempia per dire che quel tipo che ha di fronte è pazzo. Ormai le titubanze degli spettatori sono scemate: il tifo per Chang è calcistico.

Ma c’è un’altra mossa che Michelino ha nel bagaglio da Houdini del tennis che si è portato sul campo del grande stadio del Roland Garros, uno  dei templi per eccellenza del gioco. Una di quelle trovate da mago buono, ma pure da imberbe, arguto ragazzetto, da Merlino ma anche da Semola, il suo allievo ne "La spada nella roccia".

Lendl lo scopre quando va al servizio e deve rispondere al match-ball per Chang, avanti per 5-3 e 15-40.

Sbaglia la prima palla. Riprende posizione e, d’incanto, si vede l’altro che sale sulla linea a breve distanza dal rettangolo di battuta. Ancora una volta, Lendl reclama con l’arbitro, ma non c’è nessun regolamento che vieti di compiere un gesto di questo genere. Chang non si muove. Vede Lendl caricare, colpire con la racchetta la pallina, che va via veloce, ma tocca il nastro, si impenna, finisce fuori: è la fine della partita, 6-3.

 

Un miracolo che non potrà ripetersi. O forse sì.

 

Già, perché questa storia proseguirà per altre tre incontri. Michael Chang nei quarti sconfigge Ronald Agénor.

In semifinale, Andrei Chesnokov. In finale lo attende Stefan Edberg, che ha eliminato Boris Becker.

L’11 giugno sarà, ancora una volta, una maratona a far entrare Chang nella galleria dei Grandi. Dopo i cinque set con Lendl, ce ne vogliono altrettanti per vincere il primo Slam della sua vita. Rimarrà l’unico, e per questo inimitabile, irraggiungibile.

Michelino, in realtà, non si è fermato a quei giorni magici di Parigi. Per un decennio sarà uno dei tennisti più brillanti della sua generazione, raggiungendo la seconda posizione nella classifica Atp e conquistando titoli e tornei di prestigio, compresi tre Indian Wells, e arrivando in finale ancora al Roland Garros, e poi all’Australian Open e a Flushing Meadows.

Soprattutto, ha rappresentato e rappresenta uno stato d’animo, un modo di essere. Ha richiamato l’eterna narrazione sportiva per cui Davide sconfigge Golia. È stato un esempio: un Calimero che tutti vorrebbero essere.

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