Fate canestro, non la guerra.
Iraq, 1991, le bombe statunitensi cadono sul Golfo Persico. Nello stesso anno il talentuoso Marco Lokar bombardava di triple gli avversari di Seton Hall. Precursore del kneeling di Kaepernick, si rifiutò di appoggiare la violenza dell'establishment, sacrificando una carriera promettente in nome dei propri ideali.

Marco Lokar negli Stati Uniti c’era andato per giocare a basket e studiare, a Seton Hall. Una guardia dall’eccellente tiro da fuori, che aveva debuttato in A2 con Trieste, lanciato da Bogdan Tanjevic.

Seton Hall è un college del New Jersey, con la sede in una piccola cittadina, South Orange. Il santone della squadra che la rappresentava era P.J. Carlesimo, le cui origini erano, è di tutta evidenza, italianissime: aveva nonni romani. Lokar, invece, aveva chiare radici slovene, da parte di padre, e una passione per gli States che l’aveva portato, nel 1985, a trascorrere un anno alla Bishop McDerritt, una high school di Philadelphia, dividendosi tra le aule e la pallacanestro. Così, quando all’inizio del 1990 Seton Hall gli aveva offerto una borsa di studio, non aveva esitato: ciao Italia, arrivedeci Trieste sorgente dall’acque. Ci mise poco a conquistarsi il posto in quintetto. Carlesimo fiutava il talento, e Lokar ne aveva parecchio.

In una partita contro Pittsburgh University segnò 41 punti: un bombardamento di triple esaltò i tifosi di Seton Hall, dei Pirates. Il college non era certo grande, ma la fede nel basket che percorreva il campus non conosceva confini. Ma i bombardamenti che spezzarono l’esperienza di Lokar negli USA, rendendolo un antesignano di Colin Kaepernick e del kneeling, la protesta contro la violenza dell’establishment, non furono simbolici. Non davano punti, ma spargevano disperazione, sofferenza, morte. A gennaio 1991 una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, voluta del presidente George Bush, attaccò l’Iraq di Saddam Hussein, che pochi mesi prima aveva invaso il Kuwait: è la detonazione della Guerra del Golfo. Il patriottismo toccò vette superne, a sostegno dell’operazione "Desert Storm", la tempesta nel deserto che schiantò l’esercito del rais di Bagdad, che era stato supportato dagli USA nel conflitto con l’Iran degli ayatollah e di Khomeini, ma che adesso era divenuto un nemico da abbattere.

Con Carlesimo, nel frattempo, Lokar, impiegato da playmaker, aveva continuato a raccogliere un buon minutaggio e a incidere favorevolmente sulle partite di Seton Hall. Poi, venne il giorno in cui il Comitato Universitario degli Stati Uniti decise che, a sostegno dell’impegno militare in Iraq, ogni atleta avrebbe dovuto avere cucita sulla propria maglia la bandiera a stelle e strisce. Tutti dicono di sì, a parte Lokar, che rifiuta seccamente quanto gli verrebbe imposto. Spiegherà le ragioni della sua scelta, intervistato da "la Repubblica": "Non mi sento di 'sostenere' la guerra e penso che questa del Golfo sia una guerra assurda. E poi io non mi sono rifiutato di mettere la bandiera, ma volevo la bandiera di tutti, di tutti gli esseri umani, iracheni compresi. Che per gli Usa invece non erano compresi, così come tutto sommato non lo erano neanche gli alleati". I tentativi di Carlesimo e del preside di Seton Hall, il reverendo Thomas R. Petersen, di far ricredere Lokar vanno a vuoto. E, a questo punto, il ragazzo italiano subisce un linciaggio morale. Il suo telefono squilla in piena notte. Riceve insulti da veterani del Vietnam, viene minacciato, insieme a sua moglie, Lara. Viene messo ai margini della squadra, ma non arretra. L’epilogo si avvicina.

Il 2 febbraio del 1991 Seton Hall gioca al Madison Square Garden. Di fronte c’è Saint John’s.

Sulla canotta di Lokar la bandiera non c’è, né ci sarà mai. Ogni volta che entra in possesso di palla, su di lui, dalle tribune, piovono fischi furiosi. L’ambiente è ostile, sul campo, ma è molto peggio fuori. Marco deve difendere l’incolumità propria e di Lara. Non accetterà ricatti: se ne andrà. Fa le valigie, saluta tutti, lascia gli Stati Uniti, chiudendo con largo anticipo il programma con Seton Hall. E dirà, al momento dell’addio: "La mia borsa di studio ha una durata di altri quattro anni: ma non so se tornerò qui, non ha più molto senso continuare quest' esperienza. I dirigenti del college mi hanno detto di stare tranquillo, che finita la guerra tutti avrebbero dimenticato e io sarei ritornato a giocare. Ma ora sono molto deluso, oltre che dispiaciuto. Ho tanti amici qui, e mi dispiace lasciare la squadra. Ho cercato solo di essere un buon cristiano: pago un prezzo molto alto per questo, ma mi vanto di pagarlo".

 

La sua carriera cestistica andrà avanti in Italia, con un rapido ritorno a Trieste, nel frattempo salita in A1, per poi scendere di categoria, tra l’A2 e la B1, a Napoli, Trapani e Rieti. Non smetterà mai di segnare con impressionante regolarità dalla lunga distanza: proprio a Rieti, in un derby con Viterbo, infila uno sbalorditivo 7 su 7 dalla linea dei tre punti. Quelle erano le uniche bombe che gli piacevano. Le altre le aveva lasciate agli americani: era una questione di coscienza, qualcosa di non negoziabile.

Dopo il ritiro dalla pallacanestro, fa il manager aziendale, ama sempre il basket e non ha nessun rimpianto.

La maglia con il numero 33 di Seton Hall è rimasta senza bandiere, e non poteva che essere così, se ti chiami Marco Lokar.

Matteo Fontana

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