Più grandi sono,
più duramente cadono
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Succede che per la prima volta dopo quattordici anni LeBron James è fuori dai playoff per il titolo. Un vero fiasco. Lui, il Prescelto, battuto, ma non arreso, giura eterna fedeltà al Gioco, ma dovrà cambiare i teoremi della matematica per riportare i Lakers ai playoff.

Già non era stato facile abituarsi all’idea che i Los Angeles Lakers non partecipassero ai playoff NBA, figuriamoci adesso, sapendo che, per la prima volta in quattordici anni, alla chiamata della postseason marcherà visita LeBron James. Tutto sommato, ormai, il callo era venuto per l’assenza di L.A. alla lunga corsa che porta all’anello.

Cinque campionati di fila senza entrarci: così andavano le cose per i Lakers prima che LBJ, l’estate scorsa, decidesse di cambiare costa. Lui, il sovrano della East, carismatico signore tra Cleveland e Miami, con andata e ritorno dall’Ohio natio selvaggio, aveva scelto di portare sulla West la sua omerica grandezza. Sua Maestà LeBron ha firmato con i Lakers un contratto da 153,3 milioni di dollari per quattro anni. Eppure nemmeno lui, al primo tentativo, è riuscito a far tornare ai playoff una franchigia che non li centra dal 2013 e che, in precedenza, in tutta la propria storia, era rimasta fuori soltanto in cinque occasioni.

Parafrasando Jimmy Cliff: the bigger they are, the harder they fall. Più grandi sono, più duramente cadono.

Restano da indagare le ragioni di un fiasco che mette nel ventilatore delle polemiche anche LeBron, per quanto gli possa essere "imputata" (si fa per dire) solamente la mala sorte di essersi infortunato all’inguine, a fine dicembre, nella partita con i Golden State Warriors del suo mitico rivale, Steph Curry. Con lui costretto a restare fuori per un mese, i Lakers sono crollati, e nemmeno il suo rientro ha corretto una rotta ormai disastrosa. Da quando Los Angeles ha perso James a oggi, infatti, le sconfitte sono state 27 su 39 partite giocate. Un disastro che ha spinto la squadra a un’incolmabile distanza dall’ottavo posto nella Conference. Arrivederci e grazie, di nuovo.

Non che LeBron non abbia fatto mea culpa, anzi. Lui per primo ha ammesso di non essere stato "bravo ed efficiente" come aveva detto che avrebbe dovuto essere nel momento in cui si era trasferito ai Lakers.

Preso atto del verdetto, arrivato dopo la gara persa con i Brooklyn Nets, e nonostante i 25 punti con 14 assist e 9 rimbalzi messi a referto da LBJ, l’analisi fatta dal Prescelto è stata secca: "Non siamo mai riusciti ad avere continuità per 48 minuti nelle partite giocate. Qualificarsi per i playoff non è mai una formalità, devi lottare per arrivare a giocarli. Ma personalmente non cambia nulla per me non giocarli in questa stagione".

La sensazione che un’era si sia chiusa, tuttavia, resta ad aleggiare attorno all’epitomica immensità di LeBron. Molti responsi li daranno i movimenti di mercato che saranno impostati dalla dirigenza losangelina: "Magic" Johnson, il presidente, e il general manager Rob Pelinka. Quel che rimane, alla fine della fiera di un’annata ancora balorda, è l’inadeguatezza di un roster che non è in linea con le tradizioni dei Lakers, roba da 16 titoli NBA incamerati, costellati da campioni che hanno cambiato il basket, rendendolo davvero more than a game : dallo Showtime degli anni ’80, comandato ovviamente da Magic, con Kareem Abdul-Jabbar, James Worthy e il resto di quella sontuosa compagnia di giro, per passare all’epopea di Kobe Bryant, di Shaquille O’Neal e poi Pau Gasol, e guardare indietro, incrociando Wilt Chamberlain, Jerry West, Elgin Baylor e Gail Goodrich. Nella candidatura a simbolico Paradiso dei canestri, la Los Angeles dei Lakers ha il credito che spetta ai favoriti per l’aggiudicazione del riconoscimento. Il blasone, però, è un inganno sibillino cui è sempre rischioso dare ascolto.

D’altro canto è un dato, al pari di quello che riferisce delle troppe sconfitte dei gialloviola, pure l’altro, che certifica come, tra novembre e dicembre, LBJ avesse trascinato i Lakers a infilare 11 vittorie in 14 gare. Che poi, come ha sottolineato su "La Gazzetta dello Sport" di domenica Giuseppe Nigro, il suo ritorno non abbia condotto a un riavvio del motore, è allo stesso modo innegabile. In una NBA che celebra altre divinità, tra l’incontenibile James Harden, giunto alla definitiva compiutezza in carriera, e il devastante Giannis Antetokounmpo, qualcuno sussurra di un LeBron non più decisivo e prossimo a cedere lo scettro di Re della Lega. Harden non fa il suo nome e bada a se stesso, ma fa un esercizio di sfrontata franchezza quando parla dell’obiettivo che ha: "Lavoro duro ogni singolo giorno per essere il miglior giocatore possibile. Lo faccio anche tutte le volte che non ho voglia, o che sono stanco o che ho qualsiasi altra cosa che mi passa per la testa. Perché per essere onesti, penso di avere una chance di diventare uno dei migliori giocatori ad aver mai giocato a pallacanestro". Gli Houston Rockets del Barba sono dispotici nel comando della Southwest Division, con 47 vinte e 27 perse, ma ancor di più e di meglio stanno facendo, nella Central, i Milwaukee Bucks di Antetokounmpo.

Immaginare che l’eterno duello tra LeBron e Curry possa tramontare presto, in favore di una nuova rivalità, va a cozzare con il rendimento sempre impetuoso di Golden State. Che da dei playoff tanto elettrizzanti, e in cui si attendono pure outsider come la Los Angeles dei Clippers e di Danilo Gallinari e i frizzanti Philadelphia 76ers – che si divertono con i Three, Joel Embiid, Tobias Harris e JJ Redick e col bizzoso Jimmy Butler –, sia escluso James fa specie. Il Prescelto non è avvezzo alle malinconie crepuscolari. Per questo gli è bastata una partita per scacciare via il chiacchiericcio dei pifferai che lo volevano in declino. Domenica i Lakers hanno interrotto una striscia di cinque sconfitte di fila superando i Sacramento Kings. LeBron ha firmato la "pezza" con una tripla doppia da 29 punti, 11 assist e 11 rimbalzi. Poi ha chiarito il concetto al colto e all’inclita: "Non tradirei mai me stesso: so bene che siamo fuori dalla corsa playoff, ma se sono in campo non posso fare altro che giocare come so. E l’unico modo di farlo è quello di puntare a vincere. Non tradirò mai il Gioco. Esiste un’entità a cui molti si riferiscono come ‘gli dei del basket’. Loro continuano a osservare il modo in cui affronti la gara, se continui a perseguire le tue obbligazioni che sono previste dal fatto di essere un professionista. Questo è tutto ciò che continuo a fare".

La visione di LBJ, la mistica degli dei del basket, si proietta già verso il prossimo campionato e va in assonanza con un altro record. Quanto a triple doppie, infatti, LeBron ha toccato la soglia delle otto realizzate in stagione. Superati i 33 anni, nessuno era andato oltre le tre. Battuto, ma non arreso, James, dove non può arrivare la squadra, mette l’orgoglio, che è infinito, al pari della classe: "Se metto quella maglia addosso, devo provare a far sì che le cose migliorino per i Lakers. Non sto dicendo che segnerò ogni tiro, o che porterò a termine ogni giocata senza perdere neanche una palla", ha precisato dopo la vittoria con Sacramento. E tramite Instagram ha fatto da capo-popolo, inviando un messaggio da tribuno sulla nemesi dei playoff che non ci sono più e indirizzandolo alla Laker Nation: "Prometto che questa maledizione non durerà ancora a lungo! Lo giuro. La maratona continua!".

I cambiamenti saranno numerosi, in estate. Sette giocatori su quattordici, nel roster losangelino, diventeranno dei free agents e il salary cap avrà una finestra ampia da riempire. Magic e Pelinka dovranno ricostruire la squadra e lo faranno a cominciare dall’ovvio cambio del coach, con Luke Walton che se ne andrà e l’ipotesi che a guidare i Lakers venga chiamato Jason Kidd, che dopo aver vinto il titolo con i Dallas Mavericks, facendo deflagrare al pieno della potenza il talento di Dirk Nowitzki, punta a ripetersi con i Bucks e Giannis.

Nel frattempo, la ESPN ha pubblicato una grafica eloquente e beffarda: dal 1949 al 2013, L.A. ha partecipato al 92.3% delle edizioni dei playoff. Tra il 2013 e il 2019, la percentuale è a zero. Da una parte il network ha pubblicato dei ritratti festanti di Kareem Abdul-Jabbar e Kobe Bryant. Dall’altra, le espressioni crucciate di Walton e LeBron: "L’incantesimo della postseason per il Lakers continua", il testo della nota a commento del dato.

Gli americani amano i numeri. Sono pragmatici. Il loro rasoio di Ockham è la statistica. Gli sport che seguono con maggiore interesse ne sono intrisi. Il Prescelto dovrà cambiare i teoremi della matematica per ripetere a Ovest quel che ha fatto a Est. Non fosse così, inevitabilmente, anche lui dovrà rassegnarsi alla volontà degli dei del basket.

Matteo Fontana
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