I Blue Devils e Coach K
Krzyzewski-GettyImages-458340778_master.
Ovvero come l'incontro tra un giovane allenatore proveniete da West Point ed un semisconosciuto college della North Carolina ha formato una delle squadre più vincenti del basket NCAA 

Durante la prima guerra mondiale gli Chasseurs Alpins, il corrispondente francese dei nostri Alpini,  si distinsero per il loro duro addestramento e per la conoscenza impeccabile del campo di battaglia. Erano soprannominati "Les Diables Bleus", i diavoli blu, per via del colore della loro uniforme. Il coraggio e la tenacia che misero in battaglia durante la debacle del 1915 sul fronte dei Vosgi li resero immortali, così come il blu e il bianco delle loro divise.
Sei anni dopo, nel settembre 1921, dall’altra parte del mondo, esattamente al Trinity College di Durham, North Carolina, 140 miglia a nord-est di Charlotte, il giornale studentesco "Trinity Chronicle" lanciò una campagna per trovare un nome accattivante per la squadra di football. I colori della scuola erano proprio il blu e il bianco degli eroi transalpini.
Si avanzarono una serie di proposte che non ebbero per nulla successo, tanto che la squadra cominciò il torneo nazionale senza un vero appellativo. Solo un anno più tardi i redattori decisero di auto-nominarsi "Blue Devils’" ispirandosi ai soldati francesi del ’15, nome a cui pian piano tutti si abituarono e che col tempo verrà adottato da tutte le squadre dell’ateneo di cui il Trinity College fa parte, Duke University. Pallacanestro compresa.

Il gioco del basket era stato introdotto a Duke qualche anno prima, nel 1906, dal direttore atletico Wilbur Wade Card, ma nonostante le grandi aspettative la prima partita, giocata all’Angier B. Duke Gymnasium, fu persa 24-10 contro Wake Forest.
Duke impiegò "solo" 14 anni per vincere il primo campionato statale e l’interesse verso questo sport faticò a decollare, nonostante l’inaugurazione di una palestra totalmente dedicata alla pallacanestro.
Passando per un paio di finali NCAA perse, nel 1980, dopo quasi un secolo di alterne fortune, Duke decise di investire su un "veterano dll'esercito", un allenatore che veniva da West Point, l’accademia militare dello stato di New York, e che aveva una mentalità simile a quella degli Chasseurs Alpins.
Il Coach in questione è Mike Krzyzewski, leggenda vivente della pallacanestro moderna.
Coach K, così venne soprannominato poco dopo per ovvi motivi, ebbe fin da subito un approccio umile e disciplinato. Conosceva già bene il torneo NCAA, uno di quei campionati in cui i talenti, quelli veri, arrivano mediamente ogni 3/4 anni. E sapeva anche che la maggior parte delle volte questo talento da solo non era sufficiente. Mike aveva individuato tutte le variabili che avrebbero potuto influire sui risultati di una stagione, dai potenziali infortuni alla pressione con cui i ragazzi si avvicinano al professionismo, e la sua bravura fu trovare l’equilibrio perfetto per sopperire a queste imprevedibilità.
Su suo suggerimento, la strategia di Duke divenne investire sulle persone. Ovvero sia sulle loro capacità tecniche ed il loro talento, ma soprattutto sulle loro passioni, carattere e futuribilità.

Per la prima volta si parlò di "fattore umano" e non più di "programma sportivo" come base degli investimenti economici di una squadra di basket universitaria.

Oggi, dopo più di mille vittorie, 5 titoli NCAA (arriverà il sesto a breve..?), 12 apparizioni alle final four, e dopo aver spedito la bellezza di 94 giocatori al piano di sopra (l'NBA ovviamente...), si può dire che la filosofia di Duke si sia rivelata totalmente azzeccata.
Quando Kobe Bryant, terzo miglior realizzatore nella storia dell’NBA, raggiunse team USA nella pre-olimpiade del 2008, chiese a Coach K, allenatore del Team USA, di poter difendere sugli avversari più forti contro cui avrebbero giocato. Con un front-court già di un certo spessore (nella stessa squadra c’erano Chris Paul, Carmelo Anthony e Lebron James), Kobe ottenne il benestare del mister e diede prova a tutti di cosa significhi essere un giocatore di squadra. Questa non fu solo la prova di quanto Bryant fosse un vincente, ma la conferma di quanto innovativo fosse l’atteggiamento di Coach K. La cooperazione con i suoi giocatori e la libertà di lasciarli esprimere in modo propositivo consentì alla squadra di vincere, in maniera alternativa, quella competizione.
Mike Krzyzewski dà agli individui la possibilità di recitare ruoli diversi da quelli per cui si sono distinti, ed è in grado di riconoscere quali giocatori hanno i giusti valori per diventare qualcuno.
La sua filosofia venne talmente apprezzata a Durham che nel 2000 gli dedicarono il Cameron Indoor Stadium, ex Duke Gymnasium, rinominandolo "Coach K Court". Non bastasse, per assicurarsi il biglietto di alcune delle partite più "calde", i Cameron Crazies, i tifosi-studenti più accaniti, si accampano giorni, addirittura settimane, nell’area adiacente alla palestra, denominata "Krzyzewski-ville".
Riconoscenza infinita.

Dal 1980 a oggi sono tanti i campioni passati sotto le mani di Mike, da JJ Redick a Kyrie Irving, da Grant Hill a Jason Tatum, ma il rooster di quest’anno sembra essere una corazzata invincibile, con tre probabili chiamate nel top ten del draft 2020.
Uno su tutti, quel Zion Williamson che oltre ai paragoni "lebroniani" si è già meritato le copertine di Slam e di Sports Illustrated. Potrà anche essere un grande bluff da 130 kg, ma coach K difficilmente si sbaglia.

Lui scommette solo su ragazzi con mentalità vincente.

Federico Rossi

CONTACT   MEDIAKIT   STOCKISTS

© Athleta Magazine / Athleta Magazine is created by Rise Up Studio