Lo Zar dell'hockey

RUBRICA "CAVALLI SELVAGGI"

di Matteo Fontana

Wayne Gretzky ha regnato per vent’anni in quella zona di guerra che è l’hockey. Ha usato la spada e il fucile. Ha tagliato il ghiaccio e ha bucato le reti, mettendo in fila record e guadagnandosi il titolo di “The Great One”. Dopo di lui niente sarebbe stato uguale. Tutti i  ragazzi canadesi volevano giocare come Gretzky, il ragazzo di Brantford con il nome bielorusso.

Il ghiaccio è sottile quanto la distanza che separa la vittoria dalla sconfitta. L’ha capito subito, Wayne Gretzky: "Sbagli il 100% dei tiri che non fai". Così ha imparato a non avere paura di perdere.

Questo è rimasto il suo principio, la sua legge, una forma mentis che l’ha condotto a essere il più grande campione di sempre dell’hockey. Il suo numero 99 vale il 23 di Michael Jordan nella pallacanestro, il 10 di Diego Maradona nel calcio. Il talento di Gretzky, la sua visione del gioco e l’imponenza della persona hanno reso uno sport perlopiù nordamericano d’interesse anche per dimensioni e latitudini differenti: "Penso che dal momento in cui inizi a praticare uno sport fin da piccolo capisci che la responsabilità verso la tua squadra è quella di giocare ogni azione al meglio delle tue potenzialità individuali", ha detto, una volta, quando già il suo nome era leggenda.

Per vent’anni, dal 1979 al 1999, ha scritto una saga che l’ha portato dall’Ontario a Los Angeles e a New York.

Era tatuato nel suo codice genetico che sarebbe stato un uomo di neve. Suo nonno emigrò dalla Bielorussia al Canada prima dello scoppio della Grande Guerra. Prima della rivoluzione bolscevica, prima di Ekaterinenburg, prima che i Romanov fossero fucilati. Era un sostenitore dello zar Nicola. Non avesse lasciato la terra in cui viveva, sarebbe stato ucciso. O, se l’avessero risparmiato, gli avrebbero tolto tutto: il signor Anton, infatti, aveva delle proprietà fondiarie. Cercò una nuova fortuna altrove, lontano dal gelo della nuova Russia.

Suo nipote, Wayne, sarebbe diventato lo zar dell’hockey.

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Dieci stagioni NHL con gli Edmonton Oilers, otto ai Los Angeles Kings, un transito ai Saint Louis Blues, il ritiro dopo i campionati ai New York Rangers. Partito da Brantford, Greztky ha messo in fila record e titoli. Per dieci anni è stato il capocannoniere della Lega e si è aggiudicato l’Art Ross Trophy, per nove l’Hart Memorial Trophy, il riconoscimento che va al miglior giocatore della stagione regolare. Per quatto volte, con Edmonton, ha vinto la Stanley Cup.

Nessuno ha segnato come lui, nessuno è stato il paradigma di uno sport quanto Gretzky: “Pattino dove sta andando il dischetto, non dov’è stato", è un’altra delle sue frasi di culto. Ovvero, sono sempre concentrato sull’obiettivo, su quello che devo fare, non su quello che non si può più fare. Tanto simboliche, le sue parole, da essere citate da Steve Jobs, quando presentò il primo modello dell’IPhone. Harry Sinden, general manager dei Boston Bruins, disse: "L’unico modo per fermarlo è andargli addosso durante l’inno nazionale".

Greztky ha elevato ad atto lirico uno sport, l’hockey, che mescola la levità del ghiaccio alla cruda durezza dello scontro fisico e che Doug Larson, arguto columnist per la Green Bay Press-Gazette, definì "una forma di comportamento disturbato in cui si tiene il punteggio". Lo scrittore newyorchese Paul Gallico, sull’argomento, è stato, alla stessa maniera, eloquente: "L’hockey è un gioco veloce con frequenti corpo a corpo, praticato da uomini con mazze in mano e coltelli cuciti ai loro piedi". Qualcosa che somiglia molto a un regolamento di conti durante l’ora d’aria in un carcere di massima sicurezza. O, per chiarire il concetto, riprendendo un geniale aforisma del comico Rodney Dangerfield,: "Sono andato a vedere una rissa, e ne è venuta fuori una partita di hockey su ghiaccio".

Una zona di guerra in cui Wayne Gretzky ha regnato: il suo divide et impera ha trasformato il gioco. Ha usato la spada e il fucile. Ha tagliato il ghiaccio e ha bucato le reti di porte che sembrano così piccole e che, per lui, sono state le migliori compagne di viaggio. L’hanno chiamato "The Great One", perché non c’è stato nessuno che sia arrivato anche soltanto a immaginare di poterne pareggiare il carisma. Il suo tiro era più potente di una valanga, la sua corsa più impetuosa di un tornado.

Gretzky è stato l’alfa e l’omega dell’hockey. Ne è stato a tal punto emblematico da farlo entrare nella cultura popolare: ha dato il nome e l’imprinting commerciale a quattro videogames, gli è stata intitolata una freeway a Edmonton. A dieci anni, in una sola stagione con i Brantford Nadrofsky Steelers, la squadra della sua scuola, totalizzò 378 gol con 139 assist. A tredici, le sue segnature erano già oltre quota 1000.

Sempre a Edmonton Rogers Place, troneggia la sua statua. La scultura ritrae Gretzky che solleva la Stanley Cup.

Il suo trasferimento dagli Oilers ai Los Angeles Kings provocò tensioni ignote per la quieta Alberta.

Pervenne addirittura una richiesta al governo centrale canadese affinché si impegnasse a bloccare il trasferimento. Al suo primo ritorno da avversario degli Oilers fu salutato da una standing ovation che durò quattro minuti.

 

Dopo di lui niente sarebbe stato uguale. L’hockey su ghiaccio ha rappresentato la faccia egemonica dell’URSS, che ne comandava il mondo, facendo incetta di medaglie d’oro in ogni competizione. In un pianeta spaccato in due dalla contrapposizione tra blocchi politici ed economici, e in una NHL che, dopo il tracollo dell’impero del Cremlino, fu irrobustita dall’ingresso di campioni che provenivano dalla decadente patria del comunismo internazionale, Wayne Gretzky fu la Risposta. Ken Dryden, autore di "The Game", libro-capolavoro sull’hockey, ha pronunciato il verdetto che, più di ogni altro, sentenzia l’immensità del 99: "I sovietici e Gretzky hanno cambiato la NHL. Gretzky, il ragazzo di Brantford con il nome bielorusso, è stato il volto accettabile dell’hockey sovietico. Nessun ragazzo canadese voleva giocare come Makarov o Larionov. Tutti volevano giocare come Gretzky". E non hanno mai smesso di farlo.

Matteo Fontana

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