Goodbye Kareem
L’ultima ai playoff di Kareem Jabbar. Trent’anni fa il ritiro dell’uomo che ha cambiato il basket. Ancora oggi a rimanere intatta è la figura carismatica di quel lunghissimo pivot con gli occhiali protettivi, l'uomo che si era inventato il gancio cielo, in un tempo in cui le Finals erano puro cinema.

Sarebbero stati i suoi ultimi playoff. Kareem Abdul-Jabbar, di questi tempi, nel 1989, si preparava a lasciare il basket. Sono passati trent’anni, la NBA è cambiata, in mezzo è passato l’oceano, ma a rimanere intatta è la figura carismatica di quel lunghissimo pivot con gli occhiali protettivi (aveva iniziato a portarli dopo aver subito una lesione alla cornea), il numero 33 dei Los Angeles Lakers, l’uomo che si era inventato lo sky hook, il gancio cielo, uno dei tiri più spettacolari chi si siano mai visti su un parquet. Lui, convertito alla religione musulmana, aveva lasciato il proprio nome d’origine, Ferdinand Lewis Alcindor junior, per adottare quello che, tradotto, significa "Generoso servo di Dio". Alla stagione del commiato, Jabbar dedicherà un libro, "Kareem".

Ma c’era ancora da giocare per un titolo. Sarebbe stato il settimo anello della sua carriera: uno, il primo, l’aveva vinto con i Milwaukee Bucks. Gli altri cinque, con i Lakers, il fenomenale ensemble che si era inventato lo Showtime, il basket-spettacolo di cui Jabbar era un’icona, Earvin "Magic" Johnson un profetico predicatore e James Worthy, Byron Scott ed A.C. Green, con il resto del roster, da Orlando Woolridge a Michael Cooper, i fedeli discepoli. Il Maestro che aveva moltiplicato le vittorie era Pat Riley, il coach dall’inconfondibile look con i capelli tirati indietro con la brillantina, l’immagine da divo del cinema d’autore hollywoodiano, un po’ Robert De Niro, un po’ Al Pacino. Kareem stava per salutare, l’America avrebbe reso omaggio a uno dei suoi più grandi campioni.

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Per vent’anni, dal 1969 in poi, Alcindor-Jabbar aveva attraversato la Lega dei pro. Veniva da UCLA, pupillo di John Wooden. Aveva trionfato in tre campionati NCAA. La sua storia coincide con quella della NBA per come l’abbiamo conosciuta. Sia chi l’ha vista, sia chi non c’era, ha dentro di sé una foto, un filmato, un istante delle sfide di Los Angeles con i Boston Celtics. Di Jabbar contro Robert Parish, lo 00 in maglia verde e bianca, "The Chief". E di Danny Ainge, la guardia dei Celtics che accendeva il  Boston Garden con la sua precisione da tre e la durezza nelle marcature, l’araldo di Sua Maestà. Sì, Larry Bird, il 33 del ragazzo biondo dell’Indiana opposto a quello di Kareem, il 32 di Magic in parallelo allo stesso numero per i Celtics, vestito da Kevin McHale, l’ala grande di Hibbing, Minnesota, per una metà irlandese e per l’altra jugoslavo. Bird, Parish, McHale: the Big Three che rivaleggiavano con l’inconfondibile stile dei Lakers, le Finals che erano puro cinema. In Italia, l’aedo che le cantava era l’uomo di Evanston, Dan Peterson, il nano ghiacciato, l’allenatore di Milano che commentava, da telecronista, le partite sulla televisione privata: "Pandemonio!", strillava, quando Bird bruciava la retina da sette metri e mezzo con la stessa facilità con cui avrebbe potuto appoggiare palla dentro dal "pitturato", o Jabbar alzava il braccio per l’ennesimo, favoloso gancio imprendibile per chiunque e sempre a segno per lui. E "Mamma, butta la pasta", per dire che una partita era finita e ci si poteva pure sedere a tavola: chiunque abbia fatto quattro tiri al campetto ha ripetuto le stesse espressioni, per sentirsi sulla East o sulla West per un momento, trasportato in un sogno così che non torna mai più. I nostalgici vi diranno che nulla sarà come allora, con Jack Nicholson inquadrato a bordo campo, a Inglewood, nel Forum dei Lakers, in quegli Stati Uniti che erano usciti dalla giungla del Vietnam, ma con tanti reduci che non erano mai tornati, con le ossessioni che non li lasciavano, con Richard Nixon che aveva abbandonato la Casa Bianca travolto dal Watergate e Jimmy Carter che era stato un lampo rapido di effimera fiducia per i Democratici. Erano gli USA di Ronald Reagan, e lo furono dal 1980 al 1988. Nella stagione in cui Kareem Abdul-Jabbar il presidente era George Bush, un ricchissimo petroliere del Texas che avrebbe condotto il Paese a una nuova guerra, in Iraq. Jabbar si era già ritirato: l’ultimo anello gli era sfuggito, ma a portarglielo via non erano stati i Celtics, ma delle facce toste che arrivavano dal Michigan, da Detroit. Più che una squadra, si trattava di una gang cestistica. Erano i Pistons di Chuck Daly, futuro allenatore del "Dream Team" USA alle Olimpiadi di Barcellona del 1992.

Fu una primavera lunga. Il mondo era sul punto di cambiare per sempre. All’inizio di giugno, a Pechino, gli studenti protestarono contro il Governo. Volevano una Cina più aperta, richiedevano maggiori diritti, la possibilità di guardare oltre la Grande Muraglia. Le loro manifestazioni furono represse con una violenza oscurata dalle televisioni del regime: la piazza in cui si tennero, Tienanmen, è divenuta l’emblema delle speranze spezzate di una generazione. Negli Stati Uniti, i servizi che riportavano dei fatti cinesi si alternavano con quelli che anticipavano le Finals. I Lakers le avevano raggiunte con un record perfetto, nei playoff: nei quarti di Conference avevano battuto per 3-0 Portland. In semifinale, per 4-0, Seattle, lo stesso risultato con cui avevano steso, in finale, Phoenix.

A Los Angeles si preparavano alla laica incoronazione di Kareem Abdul-Jabbar, alla sua divina ascesa in un Olimpo che già gli era stato consacrato. Dopo, però, c’erano loro. I Pistons.

Li avevano definiti Bad Boys, perché erano fatti così: a Auburn Hills, la città in cui giocavano, al Palace – da pochi mesi erano entrati nel nuovo impianto, che aveva presto il posto del Silverdome di Pontiac –, la legge era una sola, e diceva che a Detroit  non passavano nemmeno le Giubbe Blu di Ulysses Grant. Avevano un centro intimidatore, Bill Laimbeer, che aveva giocato pure in Italia, a Brescia, un’ala forte scolpita nella pietra del Connecticut, Rick Mahorn, che George Blaha, la voce dei Pistons, il cronista radiotelevisivo che ne commentava le partite, chiamava "the Baddest Bad Boy of them all", ossia il più cattivo di tutti i cattivi ragazzi. Blaha, appunto.

Sono i soprannomi che dava ai giocatori diretti da Daly a farne comprendere la rude spietatezza, ma anche il sulfureo talento. Come Dennis Rodman, "the Worm", il Verme, il lottatore venuto dal ghetto di Dallas, rimbalzista magnetico e difensore di ferro, e poi Vinnie Johnson, "Microwave", secondo il nickname con cui lo etichettò Blaha per merito della capacità che Johnson aveva di riscaldarsi al primo contatto con il campo, segnando punti determinanti: un microonde umano. Il leader della banda è Isiah Thomas, playmaker dalle mani di fata, soffici quando servono assist, ingannevoli per come rubano palloni. Con loro – e poi Joe Dumars, Mark Aguirre, John Salley – l’ambizione di Jabbar di lasciare il Gioco con un’altra vittoria si infrangerà.

A 42 anni, Kareem dice basta. È un uomo il cui lascito nel basket non si scosta da quello di Muhammad Ali nella boxe. Tutti e due hanno preso decisioni che li hanno portati a rompere con il mainstream, con cui hanno fissato, rivendicato e definito la propria identità. Il 13 giugno del 1989 Jabbar perde con i Lakers, al Forum, gara 4 delle Finals. I Pistons vincono per 105-97: la serie si chiude sul 4-0 per Detroit. Gli ultimi minuti sono una sinfonia, una sonata per Kareem. Quando viene sostituito, a 3’23’’ dalla fine, Los Angeles è sotto di 6. Il pubblico lo saluta con una solenne ovazione. Per altri 2’ nessun tiro verrà realizzato, come se il punteggio volesse cristallizzarsi nell’esatto momento in cui il 33 gialloviola ha lasciato la pallacanestro. Riley, allora, fa rientrare Jabbar, che con un appoggio al tabellone sigla il -4 quando manca 1’37’’ e i Pistons sono avanti 100-96. A 47’’, Kareem esce. Dopo un altro timeout, con Detroit che ha allungato ancora, c’è un ultimo spazio per ricevere gli onori dei 17505 spettatori presenti a Inglewood. Tutti in piedi, acclamano Jabbar. In panchina, lo accoglie l’abbraccio degli altri Lakers. Magic è lì, non gioca: in gara 2 si è infortunato a una coscia e non ha più recuperato. I Bad Boys applaudono Kareem, interrompendo la festa che già si avvia a cominciare, Thomas piange di felicità, la partita termina.

Per tutti è chiaro che ci sono troppe cose che sono finite per sempre. Los Angeles non sarà più la stessa.

Riley se ne andrà a New York, ai Knicks, due anni dopo, e sfiorerà la vittoria dell’anello, che conquisterà di nuovo nel 2006, con i Miami Heat. Nel 1991, in una drammatica conferenza stampa, Magic annuncerà di aver contratto l’HIV. Il Mito dello Showtime finirà così, ma senza sparire, un tracciante nella memoria, una cometa di Halley scagliata attraverso le galassie. I Pistons, replicato nel 1990 il trionfo nelle Finals, superando Portland, non saranno più quelli di prima. I Celtics, al congedo di una generazione, con i Big Three solitari e finali nella loro grandezza, scenderanno dal treno, aspettando di risalirci. La NBA sta per trovare un nuovo padrone: Michael Jordan, con i suoi Chicago Bulls: something in the Air.

Matteo Fontana

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