Ghiaccio sottile
Il trofeo più ambito nell'hockey è la Stanley Cup, e quest'anno a contendersela sono i Boston Bruins e i St. Louis Blues. Le prime due partite sono finite con una vittoria a testa. Domani la terza, e se serve si andrà avanti fino alla settima. Senza esclusione di colpi. Sarà battaglia vera.

C’è un libro che è fatto su misura per chi voglia capire il senso dell’hockey.

L’ha scritto Larry "Ratso" Sloman, giornalista che, tra le tante avventure straordinarie di una carriera da splendido outsider (ha raccontato, fra l’altro, il tour di Bob Dylan con la Rolling Thunder Revue, un capitolo poderoso della storia della musica), per un anno seguì i New York Rangers. Ne venne fuori un testo seminale, pazzo e genialoide, nello stile dell’autore. Titolo: "Thin Ice: A Season in the Hell with the New York Rangers".

La pubblicazione è del 1982, ma la stagione cui fa riferimento è quella del 1979-80. Intorno alla squadra, si muove un mondo in cui Sloman sguazza a meraviglia, in una New York a cavallo tra i Seventies e gli Eighties, tra la pop art e la dance, e con in mezzo l’enigmatico coach dei Rangers, Fred Shero, la baldanza dei giocatori più giovani del roster, da Barry Beck a Don Murdoch e Ron Greschner, catapultati nella vita della Grande Mela, la città che non dorme mai, e i risultati sportivi. Quei Rangers arrivarono ai playoff, per essere poi eliminati al secondo turno dai Philadelphia Flyers. Il sogno di rincorrere la Stanley Cup si esaurì così, col contorno di un alone mitico, firmato e descritto da Ratso. Quelli che, invece, quest’anno se lo stanno giocando, il trofeo più ambito da chiunque pattini sul ghiaccio sottile, sono i Boston Bruins e i St. Louis Blues. Prime due partite già disputate, una vittoria a testa. Domani si va con la terza. Se serve, avanti fino alla settima. Senza esclusione di colpi.

La sfida è tra una franchigia, i Bruins, che la Stanley Cup l’hanno vinta per sei volte, e una che l’ha vista soltanto da lontano, i Blues. Nel cuore del Missouri, il ghiaccio, in termini figurati, si scalda presto. A St. Louis credono che sia arrivato il loro momento. A Boston non ci vogliono neanche pensare. Tutto il resto è hockey, ossia un territorio in cui guerra e amore si uniscono. J. Sterling, autrice di bestseller romantici, fa dire a uno dei suoi personaggi, nel libro "In dreams": "Adoro l’odore del ghiaccio … E il freddo. Il suono che fa il disco quando scivola sul ghiaccio o quando finisce in rete. Adoro il suono dei bastoncini che si schiantano l’uno contro l’altro. Il suono che i miei pattini fanno quando faccio un duro contrasto. Il ruggito della folla. Il modo in cui mi sento quando sto giocando.

Sul ghiaccio posso fare cose che non posso fare altrove". Il medesimo istinto, a metà tra il richiamo della foresta e il poetico vitalismo di Walt Whitman, accompagna i campioni dei Bruins e dei Blues, come, per St. Louis, Ryan O’Reilly, imponente bombardiere che piazza, lungo il suo metro e 85 d’altezza, un quintale di muscoli.

Viene dal Canada, il Grande Paese dell’hockey, il luogo in cui è nato Wayne Gretzky, l’epitome di quel che significa essere una leggenda sul ghiaccio. Oppure il russo Vladimir Tarasenko: un suo gol ha pareggiato gara 2, portandola all’overtime, in un sfida tiratissima, ferma sul 2-2 a fine del primo tempo, senza che poi nessuna delle due squadre riuscisse a risolverla. Al supplementare, è stato Carl Gunnarsson, il difensore svedese non segnava, né serviva assist, da 21 partite, e si è sbloccato nella maniera più decisiva ed esaltante, con un tiro piazzato nello stretto angolo alto della porta di Boston. E Brayden Schenn, il ragazzo di Saskatoon, nella provincia canadese di Saskatchewan, un luogo in cui l’hockey è religione. Di Halifax, invece, in Nuova Scozia, è Brad Marchand, la devastante ala sinistra dei Bruins, uno da 36 gol e 64 assist (e, quindi, 100 punti) in regular season, che a Boston c’è da dieci anni e che con la nazionale del Canada ha vinto tutto il possibile.

Un all american boy è Sean Kuraly, da Dublin, Ohio. Nel terzo periodo di gara 1, ha firmato il gol con cui Boston ha sorpassato i Blues. Poi è entrato in scena Marchand: 4-2 e arrivederci.

St. Louis ha rimesso in pari le cose ed è tornata in Missouri, dopo le due partite fuori casa, con il fattore campo ribaltato. All’Enterprise Center ci saranno 20000 spettatori. Nel Midwest puntano a fare la storia.

I Bruins gliela vogliono strappare.

Il bracket che ha condotto le due squadra alle Finals è stato affine e vibrante. Boston ha eliminato al primo turno, in sette furibondi incontri, i Toronto Maple Leafs. I Blues, nel frattempo, hanno sconfitto per 4-2 i Winnipeg Jets, e in gara 6 la vittoria l’ha siglata, con una debordante tripletta, Jaden Schwartz, l’uomo del destino per St. Louis in questi playoff. Poi i Bruins si sono liberati in sei gare dei Columbus Blue Jackets, e l’eroe della serie è stato Tuukka Rask, il portiere finlandese che ha parato anche l’aria per spingere Boston all’ultimo atto della Eastern Conference. St. Louis, nella Western, ha ingaggiato un duello elettrizzante con i Dallas Stars, risolto alla "bella" da un gol nel secondo overtime di Pat Maroon, il local hero che ha fatto ribollire l’Enterprise Center di una gioia dionisiaca. Proprio lui, che è nativo di St. Louis, come pure Jon Hamm, la star cine-televisiva famosa soprattutto per la sua interpretazione di Don Draper in "Mad Men".

Hamm è un grandissimo tifoso dei Blues e, se può, non salta mai una partita. C’era anche lui, la sera in cui Maroon ha spedito il disco del 2-1 finale nella porta di Dallas: "Questo è quel che rende l’hockey meraviglioso. Questo è il motivo per cui lo amo da quando ero un bambino,  e per questo amo i St. Louis Blues. È eccitante in maniera fenomenale. Non sto dicendo che sapevo che avremmo vinto, ma sentivo che stavamo per farlo", ha raccontato, più emozionato di quando ha ricevuto l’Emmy e il Golden Globe, Hamm. E il meglio doveva ancora venire.

 

Nelle Finals di Conference, a Est i Bruins hanno annientato i Carolina Hurricanes. Il 4-0 conclusivo è stato più che eloquente, riguardo alla superiorità espressa da Boston. A Ovest, i Blues hanno prima sofferto e dopo dilagato con i San Jose Sharks, sconfitti per 4-2 e, nelle ultime due partite della serie, piegati con un doppio passivo netto: 5-0 e 5-1, con Tarasenko, Schwartz e Schenn on fire. Dal 1970 St. Louis non si spingeva fino a questo punto, con la Stanley Cup che luccica davanti. Il destino è misterioso e si diverte a scherzare. Anche allora, i Blues affrontarono i Bruins: persero per 4-0. In quella St. Louis giocavano tre fratelli, i Plager: Bill, Bob e Barclay. Il numero 5 di Bob e il numero 8 di Barclay sono stati ritirati dai Blues in loro omaggio. Boston, poi, ha vinto la Stanley Cup per altre due volte, l’ultima nel 2011. Dal 2013 non giocavano la finale: furono sconfitti dai Chicago Blackhawks.

I New York Rangers di Larry Sloman, in questi giorni, hanno celebrato il venticinquesimo anniversario del successo del 1994, la Stanley Cup non si affacciava al Madison Square Garden dal 1940, un periodo così lungo da creare delle dicerie su una maledizione aleggiante sulla squadra, la cosiddetta Curse of 1940. A St. Louis il digiuno è eterno, ma Boston non ha intenzione di ricoprire la parte che fu dei Vancouver Canucks, battuti per 4-3 dai Rangers e con gara 7 al Garden, chiusa sul 3-2. Fu una battaglia, quella. Lo sarà anche questa. Sempre sul ghiaccio sottile.

Matteo Fontana

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