A kind of magic
Nei playoff NBA i Warriors si preparano a divorare Portland. Non è facile pensare che non vada così, e infatti gara 1, giocata nella notte italiana in California, è stata un monologo. Ma mai essere troppo sicuri di un risultato, in un playoff NBA.

Saranno delle Finals da kind of magic. A Ovest, i Golden State Warriors con i Portland Trail Blazers.

A Est, i Milwaukee Bucks con i Toronto Raptors. Per arrivare, a questo punto, agli incroci che decidono chi correrà per l'anello NBA, di magia ce n'è stata molta. Sono dei playoff elettrizzanti, come sempre e più di sempre, quelli che si stanno svolgendo in queste settimane. Resta una favorita alla vittoria (Golden State), una rivale nuova e attesa (Milwaukee) e due outsider che hanno stupito (Portland e Toronto). Il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Ma il gioco si fa, pure, bellissimo.

 

La magia sta nei Warriors che hanno perso all’inizio della serie dei quarti con i Los Angeles Clippers DeMarcus Cousins e, nel pieno delle semifinali, Kevin Durant, del tutto devastante per l’intera stagione e ancora di più, se possibile, nei playoff. Avanti per 3-2 con gli Houston Rockets, rischiavano di essere colpiti dalle nemesi per quanto avvenuto l’anno scorso proprio a Houston, che stava per battere Golden State, per poi scontare l’infortunio di Chris Paul ed uscire. Ma i Warrios sono di un’altra pasta e non temono le maledizioni.

Steph Curry e Klay Thompson hanno recitato il ruolo in cui si trovano a più agio: quello degli Splash Brothers, e hanno dato l’ultima spallata ai Rockets, aggrappati al talento accentratore di James Harden. Il Barba se n’è andato a casa ammettendo gli errori commessi da Houston (compreso il suo 7 su 12 ai liberi nel decisivo 118-113 in gara 6): "Troppe chance perse. Quando lasci che troppi treni passino senza prenderne nemmeno uno, contro Golden State finisci per perdere". Forse il ciclo di Mike D’Antoni è finito, mentre il general manager dei Rockets, Daryl Morey, dovrà fare i conti con l’ossessione confessata nel 2018: "Devo ammetterlo, il mio unico pensiero è battere Golden State. E’ ciò a cui penso quando mi sveglio la mattina, è quel che provo a raggiungere con il mio lavoro durante il giorno, è quello a cui penso la sera prima di addormentarmi". I Warriors, recupereranno KD, si presume, dopo le prime due partite, e si preparano a divorare Portland. Non è facile pensare che non vada così, e infatti gara 1, giocata nella notte italiana in California, è stata un monologo (116-94 con 36 punti di Curry), ma mai essere troppo sicuri di un risultato, in un playoff NBA, anche se di mezzo c’è una Golden State che sta marchiando quest’epoca come fecero i Chicago Bulls negli anni ’90 o i Los Angeles Lakers nei primi zero.

Altra magia, già passata alla storia, entrandoci dalla porta principale: il canestro da dieci metri con cui Damian Lillard ha risolto, all’ultimo istante, il confronto del primo turno con gli Oklahoma City Thunders, staccando il biglietto per le semifinali. Un colpo magistrale che ha trasformato il Moda Center di Portland in un’arena sudamericana: l’esultanza collettiva, il campo debordante di tifosi dei Blazers, il trionfo di Lillard, celebrato alla maniera di un liberatore. Tutto travolgente, come pure la successiva serie con i Denver Nuggets, altra sorpresa ad Ovest. In questi casi, per quanto ovvia sia l’espressione, sarebbe stato giusto che a passare fossero entrambe le squadre. I Nuggets hanno conquistato l’interesse e il sostegno di molti grazie all’impatto debordante di Nikola Jokic, il centro serbo che si è preso gli onori riservati ai maggiori interpreti del "pitturato".

La decisione della sorte è stata affidata a gara 7, in cui Dillard è stato ridotto alla minima efficacia offensiva dalla portentosa difesa su di lui di Torrey Craig. Ma, eccoci di nuovo al kind of magic, lo stregone che ha lanciato i Blazers alle Finals con Golden State è stato CJ McCollum: 37 punti, 9 rimbalzi, 100-96, Portland raggiunge un traguardo che non coglieva dal 2000, ai tempi di Rasheed Wallace, Steve Smith, Arvydas Sabonis e di uno Scottie Pippen che aveva lasciato i Bulls, transitando per Houston, per approdare in Oregon e non per svernare. Una vita fa.

La fotografia che ha scattato Mark Blinch per Getty Images è, al pari del tracciante di Lillard contro i Thunders, destinata alla leggenda. Gara 7 della semifinale a Est tra i Toronto Raptors e i Philadelphia 76ers. Ultimo istante della partita, il risultato è in parità: 90-90. Palla a Toronto, Kawhi Leonard, il silenzioso campione dei Raptors, si ricava uno spazio per tirare dall’angolo, con poco equilibrio e un’armonia che fa a pugni con le leggi della fisica. A pressarlo c’è Joel Embiid, Big Jo, il titanico pivot di Philly, la sontuosa scultura venuta dal Camerun che sta portando i Sixers alle Finals, in una stagione in cui, con lui e Jimmy Butler, la squadra ha toccato vertici di gioco e rendimento a tratti impetuosi. In quel minimo scarto di centimetri, Leonard si è alzato e ha lasciato partire il pallone, che ha rimbalzato non una, non due, non tre, bensì per quattro volte sul ferro prima di scivolare dentro al canestro. Per Philadelphia è stato come cadere nel profondo dell’Ade e non avere con sé nemmeno l’obolo da versare a Caronte per attraversare l’Acheronte. Il dantesco "Caron dimonio, con occhi di bragia " è stato, per davvero, Leonard, che ha fatto ingresso nella ristretta cerchia dei giocatori capaci di decidere una serie all’ultimo tiro dell’ultima partita. Tra di loro, spicca Michael Jordan, che nel 1989, con Chicago sotto di un punto con i Cleveland Cavaliers nella determinante gara 5, infilò il buzzer beater della vittoria. Eppure Craig Ehlo gli stava appiccicato come un’etichetta. Esattamente come Big Jo Embiid con Leonard. Non è bastato: i Raptors sono nella Final della Eastern, e nella città dell’amore fraterno i sogni si sono infranti.

Li aspetta Sua Maestà, il grande dominatore della stagione NBA, the Greek Freak, il Lestrigone che ha preso il posto, nell’ammirazione dei ragazzini del suo paese, di Nikos Galis: Giannis Antetokounmpo.

I Milwaukee Bucks non sono soltanto lui, ma lui è quasi tutto per i Milwaukee Bucks. Giannis ha attraversato il playoff con la forza di un sovrano sul cui regno non cala mai il sole.

La strapotenza con cui Milwaukee, in particolare, ha spazzato via i Boston Celtics è stata impressionante. Un 4-1 facile facile, e nei quarti il velluto era stato pure più morbido, con il 4-0 rifilato ai Detroit Pistons. A rigor di logica, solamente Golden State, con gli Splash Brothers al meglio e Durant di nuovo a disposizione, sembrano essere superiori ai Bucks e a Giannis. Se the Alphabet userà con i Raptors la stessa gomma con cui ha cancellato Detroit e Boston, le Finals Nba saranno anche un paradigmatico confronto tra la grandezza di chi ha già vinto, e molto, e chi, invece, può essere il futuro della Lega. Un tocco di magia, a kind of magic, appunto. E proprio per questo motivo Toronto potrebbe spezzare l’incantesimo con un sortilegio.

L’invito è sempre quello: non prendete impegni, godetevi lo spettacolo.

Siamo soltanto all’inizio.

Matteo Fontana

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