Il buono, il brutto, il cattivo
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La March Madness è qualcosa che va oltre la visione dello sport come business, così caratteristica degli Stati Uniti. È il basket ai tempi del college, l’all-in di un mese folle in cui tutto è in gioco. Dietro a quelle squadre si sono elevate le figure monumentali di alcuni coach.

La chiamano March Madness. La pazzia di marzo. Qualcosa che va oltre la visione dello sport come business che invade gli Stati Uniti. Non sono dei professionisti, ma studenti del college. Alcuni di loro verranno scelti dalle franchigie dell’NBA, altri seguiranno l’indirizzo per cui si sono iscritti all’università. Medici, avvocati, politici, esperti di finanza.

Dei giorni passati in palestra, tuttavia, porteranno con sé insegnamenti, lezioni e il frastuono del pubblico che li incita. Questo è il basket ai tempi del college. La March Madness è l’all-in di un mese in cui tutto è in gioco.

Ne resterà soltanto uno. E dietro quelle squadre si sono elevate, nei decenni, le figure monumentali dei coach che hanno cambiato la storia di quei ragazzi, e l’hanno fatto per sempre.

Personalità che avrebbero trovato posto nei film di Sergio Leone.

Il buono, il brutto e il cattivo: la pazzia di marzo era la loro patria.

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IL BUONO

La sua leggenda passa per due percentuali.

Una: 77,6%. Questo è il dato che delinea la quota di vittorie ottenute da Dean Smith nei suoi trentasei anni da coach di North Carolina. Eppure ce n’è un’altra cui lui teneva di più, ossia 96,6%.

Non stiamo parlando dei tiri liberi realizzati dalla sua squadra, i favolosi Tar Heels, portati per due volte al titolo NCAA, ma la statistica relativa ai giocatori che aveva allenato e che erano arrivati alla laurea. Tutto questo, forgiando una lista di campioni che hanno stravolto la pallacanestro, da Bob McAdoo a James Worthy, da Sam Perkins a un ragazzo venuto da Brooklyn, figlio di un meccanico della centrale elettrica e di un’impiegata di banca: Michael Jeffrey Jordan. Quando Smith lo accolse nella palestra di Chapel Hill era una talentuosa guardia che tutti cominciarono a chiamare Mike. Sarebbe diventato presto MJ: "Per me non era solo un allenatore. È stato il mio mentore, e come un secondo padre. Mi ha insegnato non solo a giocare a basket, ma anche a vivere". Sono queste le parole che Jordan ha pronunciato quando, nel 2013, Dean Smith se ne è andato. Diciannove anni prima, al Superdome New Orleans, un suo canestro decise l’ultimo atto della March Madness, una tiratissima finale con la Georgetown di Pat Ewing. Durante il time-out decisivo, Smith chiamò lo schema: "Palla a Michael". Tutto molto semplice, tutto eccezionalmente efficace. A 17’’ dalla sirena Jordan segnò il 63-62 che valse il titolo. Una splendida foto di Pete Leabo per l’Associated Press ritrae Smith arrampicato sotto il tabellone, intento a tagliare la retina, gesto catartico che celebrava la vittoria. Michael Jordan è stato il suo capolavoro.

Nel 1980 gli aveva inviato una lettera per invitarlo a scegliere come college North Carolina, dopo essere andato a trovarlo con il proprio staff: "È stato un piacere vederti e spero di poter essere, a settembre 1981, il tuo coach".

Tre anni dopo, gliene spedì un’altra. Jordan era già considerato il Prescelto del basket che sarebbe stato.

Smith, in quella nota vergata il 17 maggio alla macchina da scrivere, gli diede una serie di indicazioni su quel che doveva correggere, o continuare a fare, sul campo: "Michael, se migliori sotto questi aspetti, diventerai un giocatore di pallacanestro migliore e, di conseguenza, migliorerà anche la nostra squadra e avremo la chance di vincere il prossimo anno".

Era il 1984 quando Jordan si rese eleggibile per la NBA e, al draft, fu contrattualizzato dai Chicago Bulls.

Smith rimase un guru-antipersonaggio. Vinse un altro titolo NCAA, nel 1993, e si ritirò nel 1997. Era rimasto sulla panchina dei Tar Heels ininterrottamente dal 1961 e, nel Sud degli Stati Uniti, ancora segregazionista, era stato il primo coach a far entrare in squadra un atleta nero, Charlie Scott, che nel 1968 avrebbe vinto l’oro olimpico a Città del Messico, la stessa medaglia che Smith, da coach degli USA, conquistò a Montreal 1976. Non gli interessavano le convenzioni e invitava i giocatori a complimentarsi gli uni con gli altri per un canestro o un assist. Fabio Gamba, grande allenatore italiano, ha scritto di lui: "L’amore per i numeri e la sua visione del basket così cerebrale non gli impedivano di usare anche il cuore". Nel suo testamento, Dean Smith dispose che a ognuno dei ragazzi che aveva allenato andassero 200 dollari.

Nel 2013, due anni prima della sua morte, gli fu conferita alla Casa Bianca la Medaglia presidenziale della libertà, l’onorificenza civile riconosciuta a chi abbia dato "un contributo meritorio speciale per la sicurezza o per gli interessi nazionali degli Stati Uniti, per la pace nel mondo, per la cultura o per altra significativa iniziativa pubblica o privata".

Gliela consegnò Barack Obama, un amante del basket che, appena aveva un momento libero, giocava al playground con i suoi amici. Di certo, uno che piaceva a Dean Smith, il vincente che non aveva paura di perdere.

IL BRUTTO

Quando si spense, nel 2015, dopo una lunga malattia, scrisse di lui, sul "New York Post", Steve Serby: "Lo hanno sempre visto come la grande Balena Bianca del college basketball. Quel che accade a Vegas non resta a Vegas, ma Tark the Shark ha attraversato l’assetata di sangue NCAA fino a entrare nella Hall of Fame".

Jerry Tarkanian era detto "the Shark", ossia lo Squalo, per l’assonanza con il suo cognome, che ne chiariva l’origine armena, ma anche perché era un feroce combattente. Lo amavano o l’odiavano, a seconda degli schieramenti.

Ad amarlo erano i suoi giocatori, cui tirava fuori l’ultima goccia di fatica, motivandoli con una severità ieratica.

La loro ricompensa sarebbe stata la vittoria, un risultato che Tark ha colto molto spesso in una carriera che, passando per Long Beach State, UNLV e Fresno, ha vissuto picchi di omerica grandezza. Da coach, Tarkanian ha chiuso con un record che impressiona: 708 i successi, soltanto 198 le sconfitte. Aveva occhi appallottolati, contornati da profondi cerchi neri che lo facevano somigliare a un rapace silenzioso, la camicia chiusa fino all’ultimo bottone e i capelli presto radi a fargli da sciapa corona. Durante le partite succhiava un asciugamano inzuppato d’acqua: era un uso che aveva preso per superstizione, memore di un campionato vinto quando guidava la Redlands High School. Per dissetarsi senza lasciare la palestra in cui si giocava, in finale, aveva bagnato un panno di spugna. La tradizione, da lì in poi, si ripeté come un rito che non poteva essere interrotto. Il Sinatra del basket: così l’ha chiamato Serby, e non è facile trovare qualcuno che sfidi la correttezza della definizione. Andava a muso duro di fronte al mondo, Tark. Il management della NCAA lo detestava e gli imputava qualsiasi colpa gli fosse possibile ravvisare – o, piuttosto, inventare – accusandolo di violazioni nel reclutamento dei giocatori e perché se ne fregava delle consuetudini ultraconservatrici che volevano (quando non esigevano) che in squadra non fossero impiegati più di due atleti di colore. Tarkanian ne inseriva sempre tre, cosa che a qualcuno risultava sgradita.

Non solo non lo sopportavano: lo detestavano, e non facevano nulla per nasconderlo.

Le sue vittorie erano le loro sconfitte, e viceversa.

Prese un college poco considerato, Nevada Las Vegas, e lo condusse in capo a pochi anni a giocarsi la Final Four, l’acme della March Madness. Era il 1977, UNLV perse in semifinale con i Tar Heels di Dean Smith.

Si era inventato l’amoeba defense, la 1-1-3, un rompicapo che avrebbe segnato una rivoluzione, con la mescolanza tra marcatura a zona e a uomo. 

 

Sarebbe venuto il tempo della rivincita.

Un posto, la McNichols Sports Arena di Denver, e un avversario, Duke, i Blue Devils.

I Runnin’ Rebels – nome come non mai icastico: i Ribelli Corridori – li fecero a pezzi, sommergendoli con un 103-73 spaventoso. Era il 2 aprile 1990, e fu la coda prodigiosa di una stagione immensa, roba da 35 vinte e 5 perse, con Tark che confidò, in seguito, di non aver mai avuto per una propria squadra la percezione d’imbattibilità che gli dava quella Nevada. Fu il risarcimento morale di troppi sgarri subiti. Con Long Beach, nel 1971, era sul punto di conquistare uno storico accesso alla Final Four, superando l’enciclopedica UCLA di John Wooden. Poi l’arbitro della partita, Art White, cominciò a fischiare sistematicamente in una direzione. Non era, ovviamente, quella di Long Beach, che perse negli ultimi secondi. Non si può dire se quella fu la sconfitta più dolorosa per Tarkanian, ma la vittoria che gli diede maggiore soddisfazione non venne dal campo, ma fu ottenuta per vie legali.

La NCAA, che l’aveva vessato per decenni, nel 1998, si beccò una denuncia per stalking da parte sua e il collegio giudicante decretò che, prima di andare a processo, la vertenza si chiudesse con il riconoscimento di 2.5 milioni di dollari a favore di Tark nella transazione civile tra le parti. Jay Bilas, analista tecnico per la ESPN, ricorda: "Non penso che ci sia chi si alzerebbe in piedi per dire che era un santo. Ma, nello stesso tempo, non è neppure quello che hanno dipinto certe istituzioni". Nel 1992, Tarkanian si era dimesso dall’incarico di coach di UNLV dopo che tre suoi giocatori – Moses Scurry, Anderson Hunt e David Butler – furono fotografati insieme a un noto capobastone del giro delle scommesse, Richard "the Fixer" Perry. Lo scatto, uscito sul "Las Vegas-Review Journal", distrusse le certezze di Tark, che se ne andò e disse: "Mi sento come se una parte del mio cuore fosse stata strappata via".

Lo Squalo poteva tollerare tutto, tranne il sospetto che potessero tradirlo.

Il suo lascito, a guardar bene, comincia proprio da qui.

IL CATTIVO

Burbero, irascibile, violento nelle parole, duro nei gesti. Alla fine persero la pazienza e lo cacciarono da Bloomington, lui che aveva edificato la grandezza degli Hoosiers di Indiana University. Bob Knight e il suo frasario crudo, quella schiettezza che era un trash talking da panchina.  Una follia, licenziarlo come fece, nel settembre del 2000, il preside del college, Myles Brand, che aveva introdotto una politica di tolleranza zero verso gli eccessi di Knight.

Il coach aveva strattonato per un braccio la matricola Kent Harvey.

Le proteste degli studenti contro il suo allontanamento richiesero l’intervento della polizia.

Fu Knight a invitare i manifestanti ad andare, lasciando che gli agenti tornassero a casa, dalle proprie famiglie.

Knight aveva accettato di perdere? Non poteva essere così, ma si era reso conto che la grande quercia era stata abbattuta. Aveva sentito il frastuono del tronco che era crollato a terra, l’incaglio dei rami spezzati: "È sempre stato un uomo contraddittorio – scrive il reporter Brody Miller –. Il suo intero rapporto con Bloomington è paradossale.  Tutti volevano che se ne andasse, ma tutti lo vogliono riabbracciare". Aveva il sogno di trascorrere il tempo, dopo il ritiro, andando a vedere le partite degli Hoosiers, ma non è quello che è accaduto. Lui, che ha sconvolto la storia di Indiana University, con i tre titoli NCAA vinti, un’inconfondibile cifra di conoscenze, a cominciare dalla maestria nella gestione della difesa,  con l’enormità del suo carattere. Terence Moore, contributor per Forbes, negli anni ’70 lavorava al "Cincinnati Enquirer" ed era al seguito di Knight e della sua squadra, ne ha descritto così le intemperanze: "Afferrare giocatori mentre prendeva tutte le sfumature di rosso che si possono immaginare. Il linguaggio inadatto alla cena della domenica a casa della nonna. I calci a porte, muri e sedie, quando non ne lanciava una". Bob Knight è stato politically uncorrect prima che fosse di moda esserlo.

Non concepiva la sconfitta e vincere, per lui, era un’ossessione.

Dopo il licenziamento da Indiana, andò ad allenare a Texas Tech e portò una squadra che non conosceva il senso del successo a entrare nelle Sweet Sixteen. Tutto questo, dopo che una parte del Senato Accademico si era opposto alla sua assunzione: "Ingaggiare il signor Knight ci recherebbe molta pubblicità negativa e sarebbe un danno alla nostra reputazione", disse al "New York Times" il professore di filosofia Walter Schaller. Isiah Thomas, Scott May, Quinn Backner, Kent Benson e qualche altra decina di giocatori ascesi alla gloria grazie a Knight potrebbero testimoniare il contrario. Parlando di lui, Lou Henson, già allenatore di Illinois, disse: "È il classico bullo. Prova a intimidire chiunque. Tutta la sua vita è basata sull’intimidazione". Giusto o sbagliato che fosse, a Bob Knight non importava niente.

Matteo Fontana

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