Genesi del Mito Barça
Tutto iniziò quando il Barça accedeva alla finale di Champions League che si sarebbe disputata all'Olimpico di Roma con il Manchester United. Il 2009 fu tempo di rivoluzione. Quella notte romana, musicale e sublime, fu lo Stargate che proiettò il calcio in un'altra galassia.

Fu un’epifania. Quel Barcellona non era favorito. Aveva superato il turno, in semifinale, dopo aver visto i mostri, a Stamford Bridge, con il Chelsea. Non fosse stato per l’improvvida direzione di un arbitro norvegese, Tom Henning Øvrebø, sarebbe stato eliminato. Øvrebø, di professione, faceva lo psicologo, ma in molti, guardando la partita, pensarono che fosse lui ad avere bisogno di un certo tipo di sostegno. Cancellò due calci di rigore a favore del Chelsea, talmente evidenti che li avrebbe visti persino un turista per caso che stesse atterrando a Heathrow nel preciso momento in cui i fatti accadevano.

Eppure il Barcellona sarebbe andato fuori ugualmente, nonostante le sventatezze di Øvrebø, finché non atterrò da un pianeta lontano il colpo di cesello che Andrés Iniesta piazzò in porta, con la partita che contava i secondi al gong: era il gol dell’1-1. Per la regola delle reti in trasferta, il Barça, dopo lo 0-0 dell’andata al Camp Nou, accedeva alla finale di Champions League che si sarebbe disputata all’Olimpico di Roma con il Manchester United. Ci sarebbe voluto l’intervento di un contingente dell’ONU per tenere a freno la rabbia di Didier Drogba, il prassitelico centravanti del Chelsea, che si scagliò contro Øvrebø per chiedergli ragione delle sue mancanze. Drogba arrivò fin sul limite dell’aggressione fisica, fermandosi un istante prima di trascendere ulteriormente. Nel frattempo, il Barcellona prenotava il volo per l’Italia. Per uno dei più insoliti giochi del destino, lo faceva in capo a una serata in cui aveva espresso il suo peggior calcio.

Una stagione passa alla storia anche per queste ragioni: era l’anno del Triplete.

Da allora è trascorsa una decade. Il 2009 fu tempo di rivoluzione. In Catalogna sono sempre stati abituati a confrontarsi con i cambiamenti radicali, le trasformazioni, le innovazioni. Nel pallone, il Barça ha rappresentato il corrispondente di Copernico nell’astronomia. Dalla Masia, la scuola che alleva i giovani blaugrana, alla dottrina olandese che da Rinus Michels è stata trasmessa a Johan Cruijff, che l’ha divulgata e l’ha resa legge, dire Barcellona significa rivolgersi a un alto magistero. Nonostante tutto questo, quando il presidente del club, l’avvocato Joan Laporta, al termine di un’annata deludente, nel 2008, decise che la breve ma ricca età dell’oro (comprensiva della conquista della Coppa dei Campioni del 2006) scaturita dalla conduzione tecnica di Frank Rijkaard, epigono prediletto dell’università dutch, si era esaurita, qualcosa fece dubitare della bontà della sua scelta. Questo perché Laporta affidò la panchina di una delle squadre più amate al mondo a un tecnico che, sebbene da giocatore fosse stato un incantevole leader dello stesso Barcellona, nonché catalano per radici e modo di essere, era pressoché privo di esperienza, per il livello per cui doveva competere.

Josep "Pep" Guardiola, invece, divenne presto un Galileo Galilei che non avrebbe mai abiurato (e non l’ha fatto neppure quando si è trasferito altrove, al Bayern Monaco e al Manchester City, con cui, in questa stagione, intravede la possibilità di assicurarsi addirittura quattro titoli). Nonostante tutto, Irwine Welsh, nella sua postfazione all’iconico libro di Sandro Modeo "Barça", annota: "Come molti abituali osservatori del Barcellona rimasi sorpreso e un po’ perplesso quando il club decise di passare l’incarico di allenatore dalla stella olandese Frank Rijkaard al giovane Josep Guardiola. Rijkaard aveva seguito la collaudata formula del connazionale Johan Cruijff, che consisteva nell’affiancare stelle internazionali a giocatori spagnoli, e così facendo aveva riportato il club alla vittoria".

 

La titubanza dello scrittore scozzese non si discosta dai sentimenti che si erano sollevati attorno alla consegna del timone del Barça a Guardiola, allenatore della formazione B da appena un anno. I dubbi si fecero più assillanti a fronte delle mosse di mercato di Pep, che liquidò senza troppi indugi i due fuoriclasse che avevano segnato l’epoca di Rijkaard, Ronaldinho e Deco. L’architettura della squadra sarebbe stata dettata da dei campioni tanto luminosi quanto da verificare alla prova della responsabilità di essere gli emblemi di quel Barcellona. Con Andrés Iniesta, il centrocampo sarebbe stato comandato da Xavi Hernandez, reggendosi, dal lato podistico, sulla qualità di corridore di classe di Sergi Busquets.

In attacco, con due califfi del gol come Thierry Henry e Samuel Eto’o, Guardiola diede pieni poteri a Lionel Messi, l’argentino votato alla predestinazione, che per la prima volta avrebbe avuto su di sé l’intero carico di aspettative che si debbono a chi è toccato dalla grazia. Il resto lo fece il tiqui taca, l’Originale, banalmente rinchiuso dall’analisi frettolosa nel recinto del possesso palla, e che è, invece, un incontro, nel campo ampio del calcio, tra arte e scienza. E che, allo stesso modo di una leggendaria rivista di enigmistica, vanta innumerevoli tentativi d’imitazione. A descrivere la dimensione michelangiolesca del gioco di Guardiola è, con profondità d’indagine, Modeo: "È un patchwork armonizzato e personalizzato di tante influenze, Pep sembra aver prelevato da ognuno dei suoi allenatori un concetto o un segmento della propria orchestrazione. In questo collage ha integrato la linea difensiva (con tanto di fuorigioco) e il pressing sistematico. Il suo vero brand – l’«effetto quantistico» - è l’aver portato fase offensiva e difensiva, possesso e pressione a un’osmosi mai vista".

Tra le "fonti" di Guardiola, Modeo elenca Louis Van Gaal, Johan Cruijff, Bobby Robson e, sorprendentemente, Juan Manuel Lillo, giovane allenatore che Pep ha avuto, da giocatore, nella sua esperienza in Messico, con i Dorados de Sinaloa.

Il Camp Nou fu l’Eden del calcio totale, elevato a forma di cultura alta, in sintonia con la ieratica figura intellettuale di Guardiola, amante dei pittori del Rinascimento toscano, appassionato di teatro e cinema, vorace lettore dei libri di Truman Capote e in adorazione per i versi del poeta catalano Miquel Martí i Pol. Per capire il Barcellona del Triplete (e pure quello, per alcuni versi persino superiore, della vittoria della Champions League nel 2011) occorre appoggiarsi a riferimenti che vanno oltre il calcio, ma che sono cultura, materiale per iniziati che, però, si aprono a un universo popolare.

Il 27 maggio 2009 il Barça, da sfavorito, sconfigge all’Olimpico il Manchester United, campione d’Europa in carica. Messi segna il gol del 2-0 e fissa il risultato definitivo, surclassando Cristiano Ronaldo e aprendo una rivalità che sarebbe deflagrata una volta ultimato il passaggio del portoghese al Real Madrid. La rete del vantaggio l’aveva firmata Eto’o.

Il Barcellona aveva "divorato" gli spazi, lasciando pochi metri allo United per impostare il proprio gioco.

Guardiola, debuttante, da allenatore, sul proscenio della Champions League, aveva piegato sir Alex Ferguson, il santone che aveva ridisegnato il concetto del mestiere, traghettandolo per primo, in anticipo su José Mourinho, verso una consistenza appieno manageriale. Quella notte romana, musicale e sublime, fu lo Stargate che proiettò il calcio in un’altra galassia. Soltanto venticinque giorni prima, il 2 maggio al Santiago Bernabeu, i blaugrana avevano disintegrato il Real, sommerso sotto il diluvio di uno spaventoso 6-2. Era stato il suggello a una cavalcata che aveva portato a Barcellona la Liga, poi conclusa con 105 gol fatti, 35 subiti e un’eloquente +70 alla voce "differenza reti". Il 13 maggio, al Mestalla di Valencia, Yaya Touré, Leo Messi, Bojan Krkic e Xavi rovesciarono il sollecito vantaggio dell’Athletic Bilbao, ad opera di Toquero, e chiusero sul 4-1 la finale di Copa del Rey. Poi venne Roma, e tutto il mondo parlò del Triplete, che si sarebbe dilatato fino a stabilire il comando del Barça sul globo terracqueo del pallone. Se è vero che vincere non è tutto, ma l’unica cosa che conta, fermarsi soltanto a contemplare i trofei colti da quella squadra vorrebbe dire guardare il dito e non la luna.

Che, assicura chi l’ha vista, sopra la Masia sembra più bella e compiaciuta, come se avesse sempre saputo.

Matteo Fontana

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