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Cassius, Sonny e i quattro ragazzi di Liverpool
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Cassius Clay, Sonny Liston e i Beatles.
Nessuno di questi sei uomini poteva sapere che le loro storie si sarebbero intrecciate: tutto cominciò quel giorno sulla Quinta Strada di Miami.

Il Campione era un altro. Lui stava per diventare Leggenda, loro erano già i Beatles.

Il 25 febbraio 1964, alla Convention Hall di Miami Beach, Cassius Clay combatte per il titolo mondiale dei pesi massimi con Sonny Liston. Si è avvicinato alla Nation of Islam, l’organizzazione dei musulmani afroamericani il cui ispirato predicatore è Malcolm X, e presto cambierà il proprio nome in Muhammad Ali. In quei giorni, però, il suo nome è ancora quello con cui è stato battezzato: Cassius Marcellus Clay junior, appunto, nato a Louisville, nel Kentucky, il 17 gennaio del 1942, da Cassius Marcellus Clay senior e Odessa Lee Grady.

Nel 1960, mentre Cassius Marcellus junior conquista la medaglia d’oro nella categoria dei mediomassimi alle Olimpiadi di Roma, battendo in finale il polacco Zbigniew Pietrzykowski, i Beatles si sono appena formati e, partiti da Liverpool, si esibiscono nelle sale da ballo e le taverne di Amburgo. Ci sono già John Lennon, Paul McCartney e George Harrison, ma non Ringo Starr: il batterista è Pete  Best. Sonny Liston, invece, aveva lanciato la sfida a Floyd Patterson, l’allora detentore della corona dei massimi, e si era guadagnato la fama di sfrenato picchiatore. Nat Fleischer, la più autorevole firma della boxe americana, santone della rivista “The Ring”, ne aveva celebrato la potenza, esaltando il suo gancio sinistro con la definizione di “piccolo treno”. Fleischer, in quello stesso periodo, seguì l’escalation di Clay, fino al trionfo di Roma, e descrisse così l’acme della sua vittoria con Pietrzykowski, ottenuta con una debordante terza ripresa: “L’attacco scatenato in quell’ultimo round fu la serie di colpi di livello più straordinariamente alto di tutto il torneo olimpico. Un’esibizione perfetta dello studentello del Kentucky di cosa significhi colpire l’avversario”.

Nel 1964, Liston era, da due anni, campione del mondo. Clay, divenuto professionista, ne era lo sfidante, mentre i Beatles erano assurti alla gloria internazionale e, per la prima volta, andavano in tournée negli Stati Uniti.

Nessuno di questi sei uomini poteva sapere che le loro storie si sarebbero presto intrecciate.

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I bookmakers davano Clay sfavorito, quotandolo 7 contro 1.

Liston era una macchina da pugni che, secondo alcune inchieste svolte dai servizi di sicurezza americani, faceva pure da guardaspalle per dei gangster. Non era un duro, ma qualcosa di più. Ci aveva impiegato due minuti e sei secondi a spedire ko Patterson, quando gli aveva strappato il titolo, il 25 gennaio del 1962, al Comiskey Park di Chicago. Di lui, il grande autore Norman Mailer scrisse: “Liston era Faust. Liston era il faro di tutta quella gente che tentava la sorte con le soffiate, alle corse dei cavalli; l’eroe di ogni uomo che sfidava il destino finché aveva i suoi trucchi da giocare; di quello con la cicca sempre in bocca, l’ubriacone, il tossico, lo sconvolto, lo spacciatore, la troia, il frocio, quello con il cannone, il coltello a serramanico, il dirigente di azienda, chiunque avesse la fissa del potere. E questo, più che altro, a causa del suo modo di combattere”

Patterson, dopo essere stato steso da Liston, non fu più lo stesso combattente. L’aveva scoperto Cus D’Amato, allenatore italo-americano che per decenni si persuase di non poter incontrare un altro talento simile, finché non vide un ragazzo del ghetto chiamato Mike Tyson. Questa, però, è un’altra storia e si verificò in un tempo in cui Cassius Clay era già Muhammad Ali, i Beatles si erano sciolti, John Lennon era stato ucciso a New York dal fanatico Mark David Chapman, Paul McCartney suonava con i Wings e Sonny Liston era morto, stroncato da un arresto cardiaco nella sua villa di Las Vegas, in circostanze mai del tutto chiarite, il 30 dicembre 1970.

Soltanto tre anni prima la sua sagoma era comparsa sulla copertina di un disco dei Beatles, in un insolito collage, assieme, tra gli altri a quelle di Edgar Allan Poe, Aldous Huxley, Bob Dylan, al compositore Karlheinz Stockhausen, al guru indiano Sri Yukteswar, a Sigmund Freud, a Karl Marx, a Marlene Dietrich, a Marlon Brandon, Stan Laurel e Oliver Hardy, a Marylin Monroe e ad un’altra abbondante manciata di personaggi. Quell’album e quell’immagine sono il manifesto di una rivoluzione sonora e culturale, il rovesciamento di qualsiasi linguaggio pop interpretato in precedenza. Il suo titolo, “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, è il sinonimo di un’intera epoca. Che cosa ci facesse lì Liston è misterioso. Non lo è la storia di una sequenza di foto scattata a Cassius Clay e ai Beatles il 18 febbraio 1962, esattamente una settima prima del match che avrebbe cambiato la storia della boxe e che fu, per molti versi, il “Sgt. Pepper’s” del pugilato.

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I Fab Four erano volati negli Stati Uniti per partecipare all’Ed Sullivan Show, popolarissimo programma televisivo che incollava agli schermi della CBS milioni di americani ogni domenica sera, e per tenere una serie di concerti. Erano già saliti in testa alle classifiche con Please Please me, avevano sfornato singoli di successo come Love me do e All my loving, a luglio la loro fama si sarebbe ulteriormente ingigantita con l’uscita di A Hard Day’s Night. Quando atterrarono negli USA, nei primi giorni di quel mese di febbraio, furono accolti da una folla trepidante e urlante di fans. Erano arrivati a New York per suonare alla Carnegie Hall, e poi andarono a esibirsi a Washington. Si spostarono a Miami per registrare una delle puntate dell’Ed Sullivan Show e, per fini promozionali, fu suggerito loro di scattare una foto con uno dei protagonisti dell’incontro che si sarebbe tenuto in città e che stava attraendo un vastissimo interesse. In realtà, però, i Beatles avrebbero voluto vedere Liston. Lennon non aveva alcuna intenzione di farsi ritrarre con Clay, definito “il fanfarone che sta per perdere”. Liston, però, non era un tipo granché socievole, giusto per utilizzare un eufemismo, e rifiutò di perdere tempo con una band che, per lui, non significava nulla. Per questo i Beatles accettarono di ripiegare su Clay e si presentarono nella palestra sulla Quinta Strada di Miami Beach in cui Cassius si stava preparando, seguito dal suo entourage, a cominciare dal suo allenatore, Angelo Dundee, figlio di genitori italiani, originari della provincia di Cosenza, l’uomo che sarebbe stato sempre al suo angolo, sul ring.

Con i Beatles c’è anche un fotografo, Harry Benson, che ha il compito di immortalare l’appuntamento. Robert Lipsyte, giornalista che segue Clay per il “New York Times”, vede la band entrare. Ricorderà: “Erano ragazzi magrolini e con un sacco di capelli e con addosso giacche bianche di spugna”. Il pugile, quando li accoglie, utilizza un fare scherzoso e dice: “Ehilà, Beatles, noi dobbiamo fare qualche tournée insieme. Diventeremmo ricchi”.

Gli scatti di Benson saranno subito paradigmatici.

Clay, in calzoncini e con i guantoni, finge di colpire con il suo destro George Harrison, che si inclina, e in fianco a lui si chinano anche Ringo, John e Paul, con gli occhi rigirati come stessero andando al tappeto: è la scena del cosiddetto pugno-domino. In un’altra fotografia, Cassius li sovrasta, sul ring, mentre i Quattro sono distesi sul ring. E in una terza, già rivestito, con pantaloni e camicia, prende in braccio Ringo, con i Beatles che lo fissano. Parlando di quell’insolito ritrovo, Ringo racconterà, ironico, nel documentario multimediale “The Beatles Anthology”: “Ho fatto da sparring a Cassius Clay, come si chiamava allora. Gli ho insegnato io tutto quello che sapeva. Fu un brivido, certo, e stavo puntando i miei soldi su Liston, quindi sapevo davvero quel stava accadendo”. George Harrison aggiungerà: “Era una grande trovata pubblicitaria. Faceva parte dell’essere un Beatle, semplicemente farsi trascinare in giro, essere spinto in stanze piene di giornalisti che scattano foto e fanno domande”.

A dire il vero, non tutto era filato per il meglio, in principio.

Clay, al momento dell’arrivo dei Beatles alla palestra, non c’era, e per questo lo stesso Ringo sbottò: “Dove cazzo è Clay?”, fece. Come riferisce David Remnick nel libro “Il re del mondo”, il batterista, per ingannare l’attesa, cominciò a presentare gli altri componenti del gruppo alla stampa, ma a un certo punto fu John Lennon ad esclamare, seccato: “Andiamocene da questo cazzo di posto”. Qui, però, subentrò un caso, decisamente poco fortuito: “Due agenti di polizia della Florida – scrive Remnick – bloccavano l’uscita e riuscirono in un modo o nell’altro a trattenerli nella palestra finché Clay non si presentò”.

La battuta di Cassius sui soldi che avrebbero potuto fare insieme fu un istantaneo rompighiaccio. Alla fine dello shooting proprio di soldi si misero a parlare il futuro Muhammad Ali e i Fab Four, con tanto di uno scambio di battute pungente e spiritoso: “Non siete così stupidi come sembrate”, disse Clay. Lennon rispose: “No, tu invece sì”. Il dialogo terminò con reciproci sorrisi.

Gli uni e l’altro erano prossimi a tramutarsi in icone trasversali, capaci di percorrere le generazioni. Una percezione, questa, che era diffusa e che portava la stampa conservatrice a valutare con sospetto il ragazzo di Louisville e la band di Liverpool. Il columnist Jimmy Cannon non avrebbe esitato a censurarli: Clay fa parte del movimento Beatle. È tutt’uno con quei famosi cantanti la cui musica nessuno sopporta, con i teppisti in motocicletta con le croci di ferro appuntate sui giubbotti di pelle. Il suo universo è quello di Batman, dei ragazzi con i capelli lunghi e arruffati, delle ragazze dall’aria sporchiccia, dei mocciosi del college che ballano nudi alle festicciole segrete negli appartamenti, e della rivolta di studenti che ricevono l’assegno di papà ogni primo del mese e dei pittori che copiano le etichette delle lattine di minestra, dei vagabondi del surf che si rifiutando di lavorare; è il culto della gioventù viziata e annoiata”.

Quello che non piaceva a Cannon era l’intarsio della controcultura che stava rovesciando il mondo.

Clay e i Beatles ci sarebbero riusciti. Tutto cominciò quel giorno sulla Quinta Strada di Miami.

Dopo sei riprese, con la faccia schiacciata dai pugni del suo avversario, Sonny Liston sputò il paradenti e disse che bastava così. Si arrendeva. Non si alzò neppure dallo sgabello, sconfitto. Lipsyte annotò: “Il volto di Sonny era ridotto a una maschera, e lui non riusciva a far niente per arginare l’orrore che si stava riversando addosso”. Quando Clay si rese conto di quel che era successo, levò le braccia al cielo e iniziò a correre per il ring, urlando: “Sono il re! Il Re del mondo!”. Poi se la prese con i giornalisti, che l’avevano dato per sconfitto certo con Liston, sbraitando: “Rimangiatevi le parole!”. Red Smith, che scriveva per l’“Herald Tribune”, non esitò ad ammettere: “Nessuno ne ha mai avuto più diritto. Nella bocca ancora secca per l’eccitazione del capovolgimento più sorprendente che si sia visto in tanti anni ruggenti, le parole non hanno un buon sapore, ma ce l’hanno comunque migliore di quando venivano lette. Le parole che sono state scritte qui e praticamente dovunque, finché l’impossibile non è diventato l’incredibile realtà, dicevano che Sonny Liston avrebbe spiaccicato Cassius Clay come un insetto…”. Liston, invece, si era sciolto come una statua di cera. E la sua, di statua di cera, presa dal celebre museo curato da Madame Tussaud, andò sulla copertina di “Sgt. Pepper”. Quel capolavoro pop fu realizzato da Peter Blake, artista che poi ha griffato il disegno di altri album, da “Do they know it’s Christmas?” della Band Aid  a “Stanley Road” di Paul Weller, fino a “Stop the clocks” degli Oasis.

Ma la via per allestire il collage fu articolata. La EMI, l’etichetta dei Beatles, fece sapere che, essendo molte delle persone ritratte ancora vive, sarebbe stato necessario avere delle liberatorie per la loro immagine. Brian Epstein, il manager del gruppo, si prese l’incarico di far scrivere a tutti. Mae West, attrice e sex symbol del musical, rispose che non vedeva perché avrebbe dovuto comparire sulla copertina di un disco nel cui titolo si parlava di “Lonely Hearts”, ovvero cuori solitari. Poi furono i Beatles a inviarle una lettera personale e a convincerla. La West compare nella terza fila in alto. Liston è nella prima. Sulla sua sinistra, ci sono altre due statue di cera: quelle di Ringo Starr e Paul McCartney, nella versione e con lo stile che avevano ai tempi in cui erano andati in tournée in America e  Liston aveva preferito non incontrarli.

Dal 1964 al 1967 la rivoluzione aveva cominciato a prepararsi. Nel 1968 il vento avrebbe soffiato con una forza che non aveva mai avuto prima. Clay era diventato Muhammad Ali. I Beatles erano così affermati che il 4 marzo 1966, intervistato dal “London Evening Standard”, Lennon dichiarò che ormai erano più popolari di Gesù Cristo e aggiunse: “Non so chi morirà per primo. Il Rock and Roll o il Cristianesimo. Gesù era nel giusto, ma i suoi discepoli non lo erano altrettanto”. Si scatenò un putiferio, ma non è questa la sede adatta per parlarne. Per la cover di “Sgt. Pepper”, il più dirompente dei loro album, avevano scelto Sonny Liston, l’uomo che aveva detto loro di no, quello che, sempre secondo Lennon, avrebbe vinto facile contro Clay, e su cui Ringo era pronto a scommettere. Non che fosse l’unico, evidentemente. Blake era riuscito ad avere la statua di Liston contraccambiando il dono di Madame Tussaud con il disegno grafico realizzato per il disco. Quel modello di Sonny, con le braccia conserte prima di un match, ha preso posto stabilmente nello studio di Blake, che ha rivelato a “The Indipendent”: “Sotto l’accappatoio è piuttosto fragile, e per questo non può andare più da nessuna parte. Qui è il mio guardiano”. Mentre ne stava parlando, gli toccava una spalla delicatamente e sorrideva. Nulla a che vedere con la raffica di colpi che contro il vero Sonny Liston aveva sparato Cassius Clay, a Miami, cinquantacinque anni fa, per diventare per sempre il Re del mondo.

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